Il Gusto di Scrivere - La Scrittura del Gusto - I Racconti
Il Gusto di Scrivere - La Scrittura del Gusto

I Racconti

Ricordo che è vietata la riproduzione anche parziale del contenuto, essendo soggetto a copyright, senza una mia espressa autorizzazione. Grazie e Buona Lettura.



LA PARTITA DI VANNI

Il racconto di una partita di scacchi ai tempi del Coronavirus. Ma non è solo una partita, è qualcosa di più.



Non ci mette molto Vanni a capire che c’è qualcosa che non va. Poco prima aveva aperto gli occhi, si era seduto sul letto ed era rimasto così per qualche secondo, fermo, con lo sguardo fisso nel vuoto.

Si sente come se avesse perso l’aggancio a qualche ricordo, magari a dei particolari importanti, perché percepisce quella inquietudine che si prova quando si perde il filo di qualcosa a cui si tiene.

Prova a concentrarsi, ma avverte soltanto un profondo vuoto nella sua testa.

Accidenti, devo aver dormito come sasso. Qui ci vuole un buon caffè.

Soltanto quando entra in cucina si accorge del silenzio: a parte dei suoni ovattati, distanti, forse anche dei mormorii, non percepisce altro. Nessun rumore dalla strada, nessun movimento dei vicini al piano di sopra. Nulla.

Si affaccia alla finestra e in effetti vede che tutto è immobile, nessuno che cammina o corre o vada in bici, nessun autoveicolo, nessun autobus.

È appena passata la sesta settimana di quarantena, il lockdown forzato imposto dal Governo italiano per fronteggiare l’epidemia del Coronavirus. Cosa che non ha impedito comunque a qualcuno di uscire, magari per fare la spesa, andare in farmacia, o più semplicemente per fare due passi.

Ora invece Vanni dalla finestra non vede alcun movimento.

Strano, dice dentro di sé mentre riempie di caffè la sua vecchia moka.

È affezionato a quella caffettiera. Valeria l’aveva comprata poco prima che un’ischemia cerebrale stroncasse un matrimonio trascorso con i suoi alti e bassi. Era accaduto quasi ventiquattro anni prima. All’epoca Vanni aveva quarantotto anni e un lavoro di insegnante di italiano al liceo classico. Un lavoro che gli aveva permesso di superare non senza difficoltà il periodo di depressione che aveva vissuto dopo la scomparsa della moglie.

Non avevano avuto figli. Vanni e la moglie non avevano mai voluto capire il motivo, forse perché ritenevano inutile accanirsi per cercare di avere un figlio a ogni costo. Ci avevano provato, anche chiedendo un’adozione, ma il tempo era passato senza che potessero avere una possibilità e poi era arrivata l’ischemia.

Così è stato. Punto.

Entra in salone con la tazzina di caffè in mano. Vorrebbe accendere la tv per ascoltare qualche notizia, ma con la coda dell’occhio vede un movimento al suo fianco. Si volta. Sgrana gli occhi e sente come se il cuore si fosse fermato. Per la sorpresa lascia cadere a terra la tazzina di caffè che si spacca in diversi pezzi rovesciando il caffè sul pavimento. Vorrebbe dire qualcosa, forse urlare, ma qualcosa glielo impedisce.

Un uomo alto, magro e con gli occhi coperti da un paio di occhiali scuri è lì, fermo, in piedi a fianco a lui.

Vanni prova a reagire. Uno sconosciuto è entrato nella sua casa.

E adesso questo chi è? Ma come avrà fatto ad entrare?

“Chi è lei, come si permette di entrare in casa mia e poi come ha fatto a entrare?”

L’uomo non risponde, sembra interessato all’arredo del salone. Poi si sposta e si avvicina ai quadri appesi alle pareti.

“Ma insomma, chi è lei?? Adesso chiamo la polizia. E poi è anche senza mascherina!”

La voce di Vanni è quasi stridula. È spaventato, ma prova ugualmente a recuperare un po’ di lucidità.

“Stai tranquillo, non mi occorre la mascherina”, risponde l’uomo con voce calma.

“Perché mi sta dando del tu? Ci conosciamo?”

L’uomo accenna a un sorriso continuando a osservare i quadri.

“Forse sì.”

Vanni si avvicina timoroso. I lineamenti di quell’uomo gli sono familiari, ma per quanti sforzi faccia non gli ricordano al momento qualcuno in particolare.

“Se anche fosse ciò non toglie che lei è entrato in maniera illecita in casa mia”, dice Vanni sentendosi più calmo.

“Io entro dove voglio, l’ho sempre fatto e lo farò sempre.”

Questo è tutto matto. Ma non sarà pericoloso?

Solo adesso Vanni si accorge del vestito che l’altro indossa. Un abito scuro, curato che dona all’uomo un’eleganza particolare.

Vanni fissa il viso dell’uomo. Vuole capire perché gli sembra di conoscerlo o comunque perché non lo vede come un estraneo.

“Insomma, che vuole da me? Basta, ora chiamo la polizia.”

“Se ti farà stare più tranquillo, chiama pure. Tanto non ti risponderà nessuno perché i telefoni non funzionano.”

Vanni prende il telefono e compone subito il 113. Non c’è linea.

“Ma chi sei?”

L’uomo si gira e si avvicina.

“Non l’hai ancora capito?”

All’improvviso a Vanni appare tutto chiaro. Questa volta sente davvero che il cuore sta per cedere, ma sente anche montare la rabbia, la consapevolezza che non può rimanere passivo. Sì, aveva già avuto a che fare con quell’individuo, se lo ricorda bene, e ora questi è lì di fronte senza essere stato invitato.

Maledetto! Perché è venuto proprio da me?

“Ci rincontriamo, a quanto pare”, dice Vanni con un mezzo sorriso chinandosi per raccogliere quel che resta della tazzina di caffè e per pulire il pavimento dalle macchie del caffè rovesciato.

“Sei stupito?”

“Sì, sono stupito, ma anche profondamente incazzato.”

“Lo posso capire.”

“No, non lo puoi capire, non dire cazzate.”

“Come vuoi.”

“E potrei sapere di grazia perché stai tergiversando anziché portare a termine lo scopo della tua visita?”

“C’è tempo.”

“C’è tempo? Perché tu sei uno che ha tempo da perdere?”

“Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s'annichila.”[1]

“Giordano Bruno, se non erro.”

“Sì, lui. Un tipo interessante, non trovi?”

“Sì, ma ha fatto una brutta fine.”

“Quelli sono stati tempi difficili.”

“Più o meno come adesso.”

“La verità è che l’uomo di oggi entra in crisi subito. È talmente troppo legato alle proprie comodità, alle proprie abitudini, alle proprie certezze che quando arriva una crisi, una vera crisi, di qualunque tipo, l’uomo si dimostra debole come un castello di sabbia di fronte all’onda del mare.”

Adesso l’uomo è fermo di fronte al tavolino posto in fondo al salone. Un tavolino in mogano con la scacchiera intarsiata. Gli scacchi in argento e bronzo incisi a mano sono già posizionati nelle rispettive caselle.

“Vedo che ti piacciono i miei scacchi.”

“È il gioco degli scacchi che mi piace. Devo riconoscere che hai una gran bella scacchiera e i tuoi scacchi devono essere di valore.”

“Molto, li ho acquistati un po’ di tempo fa in un mercato di antiquariato.”

“Facciamo una partita?”

Vanni è stupito.

“Non ho capito bene, vuoi giocare a scacchi con me?”

“Se sai giocare, direi che possiamo fare una partita. Non ci corre dietro nessuno, non credi?”

“Io non credo a nulla. Credo solo a quello che vedo e ora vedo te che mi stai chiedendo di giocare a scacchi. Non ci posso credere.”

“E invece fai male. E sai che ti dico? Rendiamo la cosa più interessante. Mettiamo una posta in gioco.”

Vanni si avvicina al tavolino.

“E va bene. Quale sarebbe la posta?”

“Se vinco io, sai come andrà a finire. Se invece vinci tu, io me ne andrò.”

A Vanni pare incredibile.

“Hai la fama che non lasci nulla di intentato, che non fai le cose a metà. E ora mi proponi di giocare a scacchi, e se vinco io tu te ne andrai. Scusa se non mi fido.”

“Hai detto bene: se vinci tu.”

Che presuntuoso. Vuole sfidarmi? E sia!

“D’accordo, giochiamo. Le sfide non mi hanno mai spaventato.”

“E io non ti spavento più? Prima sei sbiancato come un lenzuolo quando mi hai riconosciuto.”

Vanni sorride.

“Sì, hai ragione, mi hai spaventato. Poi mi sono ricordato dove ti ho già incontrato e allora la paura si è trasformata in qualcos’altro.”

“In rabbia?”

“Esatto e tu sai anche il perché.”

“Stiamo parlando troppo, prego, i bianchi a te.”

“Ti ringrazio.”

I due uomini si siedono l’uno di fronte all’altro.

Vanni alterna lo sguardo ai suoi pezzi bianchi sulla scacchiera e all’uomo che gli sta di fronte. Sembra tutto così paradossale, eppure capisce che è così reale. Sente su di sé lo sguardo dell’altro. Prova a fissarlo, ma un brivido che corre su e giù lungo la sua schiena gli fa distogliere lo sguardo.

Dai, Vanni, concentrati sulla partita.

Il bianco muove sempre per primo e Vanni fa la sua mossa.

“Pedone bianco C2 in C4.”

“Classica apertura all’inglese. D’accordo.
“Cavallo nero G8 in F6.”

“Cavallo bianco B1 in C3.”

“Pedone nero G7 in G6.”

“Pedone bianco G2 in G3.”

“Pedone nero C7 in C5.”

Vanni sorride.
“Variante simmetrica. Mi dispiace non ti ci vedo che vuoi far finire la partita patta.”
L’uomo sorride.
“Non sentenziare subito, aspetta e vedrai. Ora fai la tua mossa.”
“Alfiere bianco F1 in G2.”

“Cavallo nero B8 in C6.”

“Cavallo bianco G1 in F3.”

“Non venire a parlare a me di variante simmetrica. Vedo che anche tu potresti puntare sul pari, ma oggi non sarà così perché ci sarà un vincitore e non sarai tu.”
“Pedone nero D7 in D6.”

“Pedone bianco D2 in D4.”

“Ok, ora la cosa si fa più interessante”, dice l’uomo.
“Pedone nero C5 su Pedone bianco in D4.”

“Sì, direi che possiamo azzardare qualche mossa interessante”, risponde Vanni.
“Cavallo bianco F3 su Pedone nero in D4.”

L’uomo si acciglia.

“Ti piace giocare in attacco, eh?”

“Diciamo che la migliore difesa è l’attacco, non trovi?”, dice Vanni.

L’uomo sorride.

“Non ti illudere, hai a che fare con un giocatore con un po’ di esperienza.”

Vanni scuote la testa.

“Non mi piacciono gli arroganti, quelli sicuri di sé. Quelli che si mettono in cattedra. Sappi allora che in questo gioco posso dire la mia. Ora fai la tua mossa.”

“D’accordo, non ti scaldare, ma non avrai il mio cavallo.

“Alfiere nero C8 in D7.”

Vanni rimane fermo per qualche secondo a studiare la situazione. Ha diverse opzioni di attacco, ma non si fida, meglio proteggere il Re.
“Arrocco di Torre bianca in F1 e Re in G1”

“E tu saresti quello che attacchi per difenderti. L’arrocco non è propriamente un attacco.”
“Stai chiacchierando troppo. Gioca invece”, risponde serio Vanni.
“Alfiere nero F8 in G7”.

“Mi sto annoiando. Ora vedrai cosa significa attaccare.
“Cavallo bianco D4 su Cavallo nero in C6.”

“Hai ragione. Alfiere nero D7 su Cavallo bianco in C6.”

Vanni vede un suo alfiere in pericolo. Ma vede anche la possibilità di sfruttare una mossa di attacco interessante.
“Pedone Bianco E2 in E4.”

Vanni fissa l’uomo che appare concentrato. Qualcosa dentro di lui gli sta dicendo di alzarsi e scappare via. Ma non è un vigliacco e l’altro probabilmente lo sa.
L’uomo alza il viso. Gli occhiali scuri non permettono di vedere il suo sguardo. Vanni avrebbe voglia di chiedere di toglierli, ma immagina già quale sarebbe la risposta.
L’uomo annuisce, come se gli avesse letto il pensiero e fa la sua mossa.
“Arrocco di Torre nera in F8 e Re in G8”

Vanni si acciglia. L’uomo sta usando una tattica che appare difensiva, ma che probabilmente nasconde qualche sorpresa. Capisce però che dovrà sacrificare qualche pezzo.
“Alfiere bianco C1 in E3.”

L’uomo risponde subito con la sua mossa senza pensarci troppo.
“Pedone nero A7 in A6.”

Questa mossa conferma a Vanni che l’altro sta portando avanti la sua strategia indifferente di come i bianchi si muovono. Meglio prevenire.
“Torre bianca A1 in C1.”

“Interessante mossa. Devo dire che sai il fatto tuo.”
“Avevi dubbi?”, chiede Vanni.
“Non saprei, sto imparando a conoscerti.”
“Vedremo se davvero riuscirai a conoscermi. Prego, fai la tua mossa.”
“Cavallo nero F6 in D7.”

Vanni rimane immobile, pensoso, con lo sguardo fisso sulla scacchiera. Il suo respiro è profondo. Sente su di sé lo sguardo dell’altro. Evita di alzare la testa per non distrarsi. Diversi pensieri affollano la testa, ma lui li caccia indietro. Quella partita è troppo importante e non ha tempo e voglia di pensare ad altro.
“Donna bianca D1 in E2.”

“Vedo che hai deciso di muovere un pezzo forte.”
“Ti riferisci alla Donna? Si stava annoiando a stare ferma.”
L’uomo accenna a un sorriso e fa la sua mossa.
“Pedone nero B7 in B5.

Vanni sente la tensione salire. Sa che la partita è arrivata al punto in cui ogni mossa errata può costare cara. Non può permettersi di concentrarsi solo sulla sua di strategia, ma deve cercare di anticipare le mosse dell’uomo di fronte a lui. Sa perfettamente che l’altro tutto sommato ha poco o niente da perdere. Lui invece ha tanto, troppo da perdere.
“Pedone bianco B2 in B4.”

L’altro muove subito.
“Cavallo nero D7 in E5.”

Vanni è sicuro che l’uomo ha in mente qualcosa: sta muovendo con troppa sicurezza. Sente i battiti del cuore accelerare. Ha gli occhi che bruciano perché li tiene troppo fissi sulla scacchiera. Li chiude e sospira.

D’accordo, diamo fuoco alle polveri.

“Pedone bianco C4 su Pedone nero in B5”

“Pedone nero A6 su Pedone bianco in B5”

Questa è vera battaglia, ora o mai più!

“Cavallo bianco C3 su Pedone nero B5”

“Alfiere nero C6 su Cavallo bianco B5”.

Ormai le chiacchiere stanno a zero.

“Donna bianca E2 su Alfiere nero B5”

L’uomo sogghigna.
“Donna nera D8 in B8.”

Quel sogghigno. Vanni non lo sopporta. Forse ha fatto un errore a muovere la sua Donna bianca.

O forse no.

“Pedone bianco A2 in A4.”

L’uomo risponde subito senza pensarci.
“Donna nera B8 su Donna bianca B5”

Vanni sorride dentro di sé, ma non vuole farsi accorgere.

Ti sei fatto ingolosire, eh?

“Pedone bianco A4 su Donna nera B5.”

L’uomo sembra spiazzato, rimane qualche secondo a pensare.
“Torre nera F8 in B8.”

Ormai per Vanni non ci sono molte alternative. Deve andare avanti con l’attacco.
“Pedone bianco B5 in B6.”

L’uomo per la prima volta sembra nervoso.
“Cavallo nero E5 in G4.”

Vanni non riesce a trattenere l’eccitazione. 

“Ci sei cascato, stronzo. Pedone bianco B6 in B7.”

L’uomo alza il viso e fissa Vanni che gli ricambia lo sguardo con un ghigno.
“Vedo che ancora non hai capito. Diciamo allora che qualunque mossa farai, io sarò sempre in vantaggio e potrò andare in matto.”
L’uomo è concentrato, forse non ha neanche ascoltato Vanni.
“Mi devi essere grato. Abbandona adesso ed eviterai l’umiliazione del matto.”
“No, non funziona così.
“Oh sì che funziona così: ti ho battuto in soli 21 mosse. Non c’è altro da dire. E ora, prego, paga la posta: fuori dai piedi!”

L’uomo osserva a lungo la scacchiera e ogni tanto lancia uno sguardo a Vanni che lo osserva con un’espressione di disprezzo. Due minuti dopo l’uomo rovescia il Re nero. Abbandono.

“Mossa saggia.”

“Bravo, devo fare i miei complimenti. Evidentemente non mi sono concentrato a sufficienza.”

“O forse hai trovato un ottimo avversario.”

“Forse o magari ho voluto farti vincere.”

Vanni scuote la testa.

“Non riesci ad accettare la sconfitta, vero? Tranquillo, la prossima volta potrai avere la rivincita con un’altra partita.”

L’uomo si gira. Ha un espressione dura.

“Non ti illudere, non ci sarà nessun’altra partita. Ora chiudi gli occhi”, dice l’uomo appoggiando la mano sugli occhi di Vanni.

Vanni stenta ad aprire gli occhi. Non è più a casa, non è più nel suo letto. Si sente confuso. Non capisce dove si trova. Vede una figura china su di lui che gli sta dicendo qualcosa. Lo sta chiamando. Lui però la sente distante. Sul viso ha una specie di maschera e indossa una strana tuta.

Prova a muoversi, vorrebbe alzarsi, ma una mano lo tiene fermo. Vorrebbe parlare e si accorge che qualcosa copre la sua bocca e il suo naso.

Le sue orecchie percepiscono con fastidio un sibilo continuo e un ronzio che sembrano non avere fine.

Poi finalmente il cervello si sintonizza con la realtà.

“Vanni, ehi Vanni, mi senti? Dai Vanni, ce l’hai fatta. Sei stato bravissimo!”

La voce dell’infermiera è dolce. Vanni le rivolge uno sguardo e senza sapere perché gli occhi si inumidiscono di lacrime.

Vorrebbe parlare, ma ha un fastidio alla gola.

“Non ti sforzare a parlare Vanni, ora potrai continuare a respirare regolarmente con l’ossigeno. Sei stato intubato per molti giorni.”

Intubato? Perché? Dove mi trovo?

L’infermiera intuisce le domande di Vanni dal suo sguardo.

“Vedrai, ancora un po’ di pazienza e ti ricorderai tutto. Sei stato sedato ed è normale che ti senti così. Sei stato contagiato dal Covid-19. Te la sei vista brutta, ma ora stai guarendo.”

Improvvisamente nella sua testa si apre la diga dei ricordi riversando immagini, sensazioni, paure, pensieri, dolore.

Annuisce facendo capire all’infermiera di ricordare.

“Dai, vedrai che domani uscirai dalla terapia intensiva e andrai nella sub-intensiva. Starai sicuramente meglio. Ora mi devo allontanare. Per qualsiasi cosa, suona il campanello che hai tra le mani. Ok Vanni?”

Lui annuisce e vede l’infermiera allontanarsi.

Gira la testa e si accorge di trovarsi in una sala insieme ad altri pazienti. Il sibilo dell’ossigeno e il ronzio delle apparecchiature è assordante, ma non sente più il fastidio di prima.

Si sente stanco. Vorrebbe dormire. Chiude gli occhi, ma li riapre subito. Ha paura di non riuscire più a svegliarsi.

E solo in questo momento un ricordo si fa strada in mezzo al turbinio di pensieri. Il ricordo di una scacchiera. Gli basta un attimo, poi ripercorre con la memoria l’intera partita a scacchi con lo sconosciuto.

Un sogno? No, non può essere stato un sogno, sembrava così reale.

Troppo nitide le immagini, le sensazioni e soprattutto il momento in cui lo sconosciuto ha abbandonato rovesciando il Re nero sulla scacchiera.

Dicono che quando si è sedati, il cervello potrebbe generare delle immagini molto forti come se fossero reali.

Sì, certo, deve essere così. Colpa della sedazione.

Perché allora sente una strana eccitazione nel ricordare il viso dello sconosciuto contratto per la sconfitta subita? Ma soprattutto perché in questo sogno così reale ha sentito di conoscere l’uomo che lo ha sfidato a scacchi? Dove poteva averlo già visto?

Vanni è sicuro che nel sogno sapeva chi fosse quell’uomo e in quale occasione lo aveva già incontrato.

Basta, è inutile rimuginarci sopra.

Volta la testa sul cuscino. Sono tante le persone che si aggirano o si soffermano sui letti dei pazienti. Prova a concentrarsi per ascoltare le voci degli altri pazienti. Alcuni sono vigili come lui, altri invece sembrano dormire, ma i loro visi sono sofferenti.

Vanni si sente grato ai medici e agli infermieri che hanno salvato lui e chissà quanta altra gente. Li vede lavorare senza soste. Si sente sicuro con loro vicino.

Gira lo sguardo, ma poi si ferma. Si sente all’improvviso inquieto, come se il suo sguardo avesse captato un’immagine o qualcos’altro che non sarebbe dovuto stare lì e che ha attirato la sua attenzione. Qualcosa di inquietante.

Lentamente, come al rallentatore ripercorre al ritroso il percorso che aveva fatto con lo sguardo. E poi lo vede.

L’uomo sconosciuto. L’uomo che nel sogno era entrato in casa sua. L’uomo che aveva perso a scacchi, ora è lì. Anche lui come i medici e gli infermieri indossa le protezioni e in viso porta una copertura, ma non gli copre completamene il viso.

Vanni ne è certo, ora lo riconosce.

Lo aveva già incontrato in passato una sola volta, una maledetta volta. In ospedale, quando sua moglie Valeria lo aveva lasciato per colpa di un’ischemia.

E ora sei di nuovo qui. Bastardo. Ma io ti ho battuto, oh sì, che ti ho battuto. Mi senti brutto stronzo? Ti ho battuto!

L’uomo si gira e punta il suo sguardo. Vanni non ha paura. L’uomo annuisce e gli fa un gesto di saluto.

E mentre l’uomo si allontana, Vanni rivolge nella sua direzione il gesto del dito medio. 


Note dell’autore

La partita a scacchi che ho raccontato è stata realmente giocata da due grandi campioni di scacchi: il russo Garry Kasparov, uno dei più grandi campioni di scacchi di tutti i tempi, e il norvegese Magnus Carlsen, attuale campione in carica di scacchi. La partita si giocò a Reykjavik il 18 marzo 2004. Kasparov giocava con i bianchi, Carlsen con i neri.

Carlsen all’epoca aveva solo 13 anni e poco dopo gli fu attribuito il titolo di gran maestro, mentre a 19 anni divenne il più giovane giocatore a raggiungere la prima posizione nella classifica mondiale. D’altronde aveva un maestro di tutto rispetto, lo stesso Garry Kasparov.

Ringrazio Mattoscacco.com per i dettagli della partita che ho voluto riportare fedelmente nel racconto.

È possibile assistere a una descrizione dettagliata della partita "Kasparov mette K.O. Carlsen in 21 Mosse" aprendo il video nel canale di YouTube di Mattoscacco: https://www.youtube.com/watch?v=uC_KidN1c-E&feature=emb_logo

 

Il racconto è dedicato a tutti i Vanni che ce l’hanno fatta.



[1] Giordano Bruno, Epistola






VANNI'S GAME

The story of a chess game in the time of the Coronavirus. But it's not just a game, it's something more.
My heartfelt thanks go to Ashley Mastrangeli who has spent her time translating the text into English.



It doesn’t take Vanni long to realize something’s not right. Moments earlier he’d opened his eyes, he’d sat on the bed and he’d stood still for a few seconds, frozen, staring aimlessly.

He feels like he’s lost touch with a memory, maybe some important details, because he can sense the uneasiness you feel when you lose the thread of something you care about.

He tries to concentrate, but can find nothing but deep emptiness in his mind.

Damn, I must’ve slept like a log. I need some coffee.

Only when he enters the kitchen does he notice the silence: aside from muffled distant sounds, perhaps even whispers, he senses nothing else. No noise from the streets, no movement from the neighbours above. Nothing.

He looks out the window and sure enough sees that everything’s still, nobody walking or running or riding their bike, no motor vehicle, no bus.

The sixth week of quarantine has just ended, the lockdown forced and set by the Italian Government to cope with the Coronavirus pandemic. This hasn’t stopped, however, some people from going out, maybe even to shop, go to the chemist’s, or simply just to go for a walk.

But now Vanni doesn’t see any signs of life from his window.

Strange, he says to himself while filling his old moka with coffee.

He’s attached to that coffeemaker. Valeria had bought it just before a ischemic stroke ended a marriage spent with her ups and downs. It had happened almost twenty-four years earlier. At the time Vanni was forty-eight years old and worked as an Italian teacher at a classics high school. A job that had allowed him to overcome, not without pain, the stage of depression he’d gone through after his wife’s death.

They hadn’t had children. Vanni and his wife had never wanted to know why, maybe because they found it useless to keep trying to have a child at all costs. They’d tried, even asking for adoption, but time had gone by without giving them a chance and then the ischemic stroke had come.

That’s how it went.

He walks in the living room holding his coffee cup. He’d like to turn on the TV to watch the news, but out of the corner of his eye he sees a slight movement next to him. He turns around. His eyes open wide and he feels like his heart’s stopped beating. Shocked, he drops his coffee cup on the floor, breaking it and spilling all the coffee inside.

A tall, thin man with dark glasses covering his eyes is standing there, right there, next to him.

Vanni tries to react. A stranger has just broken into his home.

Who is he? How did he do it?

“Who are you, how dare you break into my house and how did you get in?”

The man doesn’t answer, he seems keen on observing the living room furniture. Then he moves towards the paintings hanging on the walls.

“Oh come on, who are you?? I’m calling the police. You’re not even wearing a face mask!”

Vanni’s voice sounds almost hysterical. He’s scared, but nevertheless tries to think clearly.

Don’t worry, I don’t need a face mask, the man answers calmly.

“Why are you talking to me like this? Do I know you?”

The man hints at a smile while still observing the paintings.

“Maybe.”

Vanni approaches fearfully. The face of that man are familiar to him, but for how many efforts he does, don't currently remind him of anyone in particular.

“Perhaps you remind me of someone. But that doesn’t change the fact you have illicitly come to my house”, says Vanni feeling calmer.

“I go wherever I want, always have and always will.”

This guy’s totally insane. But won't be dangerous?

Only now Vanni notices the other’s clothing. A dark and well-groomed suit, that gives the man a certain elegance.

Vanni stares at the man’s face. He wants to understand why it seems so familiar or why he just doesn’t see him as a stranger.

“So, what do you want from me? Enough, I’m calling the police now.”

“If it’ll make you feel better, go ahead. Nobody will answer you anyway because the phones aren’t working.”

Vanni picks up the phone and dials the112 right away. The line’s down.

“Who are you?”

The man turns around and walks towards him.

“Have you not worked it out yet?”

For Vanni, everything instantly makes sense. This time he feels like his heart really is about to give up, but he also feels the rage building, the knowledge that he can’t even remain impassive. He’d already had something to do with that individual, he remembered him very well, and now this guy had entered his home uninvited, although he doesn’t know how he could’ve done it.

Damn him! Why did he come to me?

“So… We meet again “, Vanni says with a half-smile bending to clean what remains of the coffee cup.

“Are you surprised?”

“Yes, I am surprised, but also deeply pissed off.”

“I can understand that.”

“No, you can’t understand, don’t say such bullshit.”

“As you wish.”

“And may I know why you’re procrastinating instead of getting to the point of your visit?”

“There’s time.”

“There’s time? Are you someone who’s got time to waste?”

“Time takes everything and gives everything; everything changes, nothing annihilates.”[1]

“Giordano Bruno, if I’m not wrong.”

“Yes, him. Interesting guy, don’t you think?”

“Yes, but it made a bad end.”

“Those were difficult times.”

“More or less like now.”

“The truth is that today's man goes into crisis immediately. He is so too tied to his own comforts, to his habits, to his certainties that when a crisis arrives, a real crisis, of any kind, man proves weak as a sand castle in front of the sea wave.”

The man is now in front of the table placed at the end of the living room. A mahogany coffee table with an inlaid chessboard. Hand-engraved silver and bronze chess pieces are already positioned in their respective squares.

“I can see you like my chess pieces.”

“It’s the game of chess that I like. I must admit you have one great chessboard and your chess pieces must be valuable.”

“Very, I bought them a while ago at an antique market.”

“Shall we play?”

Vanni is stunned.

“Let me get this straight, you want to play chess with me?”

“If you know how, I suppose we can play a game. There’s no hurry, don’t you agree?”

“I don’t agree with anything. Seeing is believing and all I see right now is you asking me to play chess. I can’t believe it.”

“But you’re wrong. And you know what? Let’s make this more interesting. Let’s raise the bar.”

Vanni walks to the coffee table.

“Fine then. In what way?”

“If I win, you know how this ends. But if you win, I’m leaving.”

Vanni found it incredible.

“You are known for never giving up, never leaving things half done. And now you’re suggesting to play chess, and if I win, you’re going to leave. Sorry if I find that hard to believe.”

“You got that right: if you win.”

How presumptuous. Want to challenge me? Be it!

“Alright, let’s play. The challenges have never frightened me.”

“And I don't frighten you anymore? Before you were bleached like a sheet when you recognized me.”

Vanni smiles.

“Yes, you're right, you scared me. Then I remembered where I already met you and then the fear turned into something else.”

“In anger?”

“That's right and you also know why.”

“We are talking too much. You can be white.”

“Ok, thank you.”

The two men sit one opposite the other.

Vanni looks back and forth between his white pieces on the chessboard and the man sitting in front of him.

Come on, Vanni, focus on the game.

The white always moves first and Vanni makes his first move.

“White Pawn C2 to C4.”

“Typical English opening move. Alright.
“Black Knight G8 to F6.”

“White Knight B1 to C3.”

“Black Pawn G7 to G6.”

“White Pawn G2 to G3.”

“Black Pawn C7 to C5.”

Vanni smiles.
“Symmetrical position. I’m sorry, I can’t see that you’ll want to get to a stalemate.”
The man smiles.
“Don’t jump to conclusions, just wait and see. Now make your move.”
“White Bishop F1 to G2.”

“Black Knight B8 to C6.”

“White Knight G1 to F3.”

“Don’t tell me about a symmetrical position. I see you could perfectly count on a stalemate, but not today because there’s going to be a winner and it won’t be you.”
“Black Pawn D7 to D6.”

“White Pawn D2 to D4.”

“Ok, this has just got a little bit more interesting”, says the man.
“Black Pawn C5 takes white Pawn on D4.”

“Yeah, I guess we could dare some interesting moves”, answers Vanni.
“White Knight F3 takes black Pawn on D4.”

The man frowns.

“You like attacking, huh?”

“Let’s say attacking is the best defence mechanism, don’t you think?”, says Vanni.

The man smiles.

“Don’t fool yourself, you’re dealing with quite an experienced player.”

Vanni shakes his head.

“I don’t like arrogant people who are full of themselves. Just know that in this game I can give my opinion. Now make your move.”

“Alright, don’t get mad, but you won’t have my knight.

“Alfiere nero C8 in D7.”

Vanni stays still for a few seconds studying the situation. He has various ways to attack but doesn’t trust any, it’s best to protect the King.
“White Rook castling to F1 and King to G1”

“And you’re the one who attacks to defend himself. Castling isn’t exactly an attack.”
“Less talking, more playing”, Vanni answers seriously.
“Black Bishop F8 to G7”.

“I’m bored. Now you’ll see what attacking is all about.
“White Knight D4 takes black Knight on C6.”

“You’re right. Black Bishop D7 takes white Knight on C6.”

Vanni sees his Bishop in danger. But he also sees the chance to use an interesting attacking move.
“Black Pawn E2 to E4.”

Vanni stares at the man who seems focused. Something inside him is telling him to get up and run. But he’s not a coward and the other probably knows.
The man looks up. His dark glasses conceal his expression. Vanni would like to ask him to take them off, but can already imagine what his reply would be.
The man nods, as if he’d read his mind and makes his move.
“Black Rook castling to F8 and King to G8”

Vanni frowns. The man’s using a seemingly defensive tactic, which may actually be hiding a surprise. He understands, however, he must sacrifice some pieces.
“White Bishop C1 to E3.”

The man immediately reacts with his move without thinking twice.
“Black Pawn A7 to A6.”

This move assures Vanni that the other is carrying on his strategy, indifferent to the whites’ moves. Best to prevent.
“White Tower A1 to C1.”

“Interesting move. I must say you know how to play.”
“Did you doubt that?”, Vanni asks.
“I wouldn’t know, I’m getting to know you.”
“We’ll see, if you really know me. Go ahead, make your move.”
“Black Knight F6 to D7.”

Vanni stays motionless, in deep thought, with his gaze fixed on the chessboard. His breathing is deep. He can feel the other staring at him. He avoids looking up so as not to get distracted. Several thoughts are spinning in his head, but he ignores them. The game is too important and he doesn’t have the time or desire to think about anything else.
“White Queen D1 to E2.”

“I can see you decided to move an important piece.”
“The Queen, you mean? She was bored standing still.”
The man, hiding a smile, makes his move.
“Black pawn B7 to B5.

Vanni can now feel the tension building. He knows the game’s got to the point where every wrong move can cost you dearly. He can’t afford to concentrate only on his strategy, but needs to try and anticipate the moves of the man opposite him. He knows perfectly well that after all the other man has nothing to lose. But he’s got a whole lot, too much to lose.
“White Pawn B2 to B4.”

The other moves right away.
“Black Knight D7 to E5.”

Vanni is certain the man has something in mind: he’s moving with too much confidence. He feels his heartbeat racing. His eyes are stinging from the excessive staring at the chessboard. He closes them and sighs.

Alright, let’s add fuel to the fire.

“White Pawn C4 takes black Pawn on B5.”

“Black Pawn A6 takes white Pawn on B5.”

This is real battle, now or never!

“White Knight C3 takes black Pawn B5”

“Black Bishop C6 takes white Knight B5”.

The chit-chat’s over now.

“White Queen E2 takes black Bishop B5.”

The man grins.
“Black Queen D8 to B8.”

That grin. Vanni can’t stand it. Maybe it was a mistake to move his white Queen.

Or maybe not.

“White Pawn A2 to A4.”

The man reacts immediately without thinking twice.

"Black Queen B8 takes white Queen B5.”

Vanni smiles on the inside, but doesn’t want to get noticed.

You’ve got tempted, huh?

“White Pawn A4 takes black Queen B5.”

The man seems stunned, he thinks for a few seconds.

 “Black Tower F8 to B8.”

Vanni has no choice now. He’s got to carry on the attack.

“White Pawn B5 to B6.”

For the first time, the man looks nervous.

“Black Knight E5 to G4.”

Vanni can’t hold back his excitement. 

“I screwed you up, asshole. White Pawn B6 to B7.”

The man looks up and glares at Vanni who returns the look with a grin.

“I see you still don’t get it. Let’s just say then that whatever move you make, I’ll always have the upper hand to checkmate.“

The man is concentrating, perhaps he didn’t even listen to Vanni.

“You should be grateful. Give up now and you’ll avoid the humiliation of checkmate.”

“No, it doesn’t work that way.”

“Oh yes it does: I beat you in just 21 moves. Nothing left to say. And now, go ahead, you pay: get out of here!“

The man looks from Vanni to the chessboard. Two minutes later he overthrows the black King. The end.

“Wise move.“

“Well done, I must say. I obviously didn’t focus enough.“

“Or perhaps you found a great opponent.“

“Maybe I wanted to make you win”.

Vanni shakes his head.

“Can't you accept defeat, right? Quiet, next time you’ll have a rematch with another game.”

The man turns around. He has a spiteful expression.

“Don’t fool yourself, there will be no other game. Now close your eyes “, says the man placing his hand on Vanni’s eyes.


Vanni struggles to open his eyes. He’s no longer at home, on his bed. He’s confused. He can’t figure out where he is. He sees a figure leaning over him saying something. It’s calling him. But he feels it’s far away. On his face he has some sort of mask and is wearing a strange alb.

He tries moving, he wishes he could stand, but a hand’s keeping him still. He tries talking and realizes something’s covering his mouth and nose.

His ears perceive, with annoyance, a seemingly endless and constant hiss and buzz.

Then his brain finally gets tunes with the reality.

“Vanni, hey Vanni, can you hear me? Come on Vanni, you made it. You were great!“

The nurse’s voice is sweet. Vanni looks at her and without knowing why his eyes start to water.

He’d like to talk, but his throat is bothering him.

“Don’t try to talk Vanni, you need to keep breathing regularly with the oxygen now. You’ve been intubated for many days.“

Intubated? Why? Where am I?

The nurse senses Vanni’s questions from the look on his face.

“You’ll see, hold on a little longer and you’ll remember everything. You’ve been sedated and it’s normal to feel this way. You’ve been infected by Covid-19. It’s been rather tough, but you’re healing now.“

Suddenly the dam of memories opens in his head, pouring images, feelings, fears, thoughts, pain.

He nods to tell the nurse he remembers.

“Come on, tomorrow you’re leaving intensive care and going to sub-intensive. You’ll definitely feel better. I need to go now. If you need anything, ring the bell in your hands. Ok Vanni?“

He nods and watches her walk away.

He turns around and realizes he’s in a room with other patients. The oxygen’s hiss and equipment buzz is deafening, but he doesn’t feel bothered anymore.

He feels tired. He would like to sleep. He closes his eyes, but opens them right away again. He’s scared of not waking up.

And just now a memory makes its way through the whirlwind of thoughts. The memory of a chessboard. It takes just a moment for him to then mentally relive the whole chess game with the stranger.

A dream? No, it couldn’t have been a dream.

 The images, feelings and the actual moment when the stranger gave up, overthrowing the black King on the chessboard, are too clear.

 They say when you’re sedated, your brain can generate images so strong they seem real.

 Of course, it must be that. It’s the fault of the sedation.

 Then why does he feel an odd excitement remembering the stranger’s twisted expression after his defeat?

 But most of all why did he feel he knew the man who dared him at chess in this real dream? Where could he have seen him already?

 Vanni is sure that during the dream he felt like he knew the man and where he’d already seen him.

 Enough, there’s no use dwelling on it.

 He turns his head on the pillow. Many people are walking around and stopping at patients’ beds.

 Vanni feels thankful to the doctors and nurses who saved him and God knows who else.

 He sees them working non-stop. He feels safe with them.

 He looks around, but stops. Suddenly he feels troubled, like his eyes have fallen upon an image or something else that shouldn’t be there and has caught his attention. Something creepy.

 Sluggishly, as if in slow motion, he retraces the path he had taken with his gaze.

 And then he sees him.

 The stranger. The man who’d entered his home in his dream. The man who’d lost the chess game, is now there. He too, like the doctors and nurses, is wearing protections and a cover on his face, but it doesn’t cover his entire face.

 Vanni is certain, he now recognizes him.

 He’d already seen him in the past just one time, one goddamn time. In the hospital, when his wife Valeria had left him due to the ischemic stroke.

 And now you’re here again. You bastard. But I beat you, you hear me asshole? I beat you!

 The man seems to have heard him. He turns and fixes him with a stare.

 Vanni isn’t afraid, he knows he won’t be able to do anything to him.

 The man nods and waves as if saying they’ll be seeing each other again.

 Not yet, bastard!

 And while the man walks away, Vanni gives him the middle finger.




Author's notes

The chess game I told was really played by two great chess champions: the Russian Garry Kasparov, one of the greatest chess champions of all time, and the Norwegian Magnus Carlsen, current reigning chess champion. The game was played in Reykjavik on March 18, 2004. Kasparov played with whites, Carlsen played with blacks.

Carlsen was only 13 at the time and shortly afterwards he was given the title of grand master, while at 19 he became the youngest player to reach the top position in the world rankings. However, he had a respectable teacher, Garry Kasparov himself.

The story is dedicated to all the women and men who fought and won against Covid-19.

  

[1] Giordano Bruno, Epistola






UN UOMO TRANQUILLO

Racconto noir ambientato tra le bancarelle di Porta Portese di Roma.

Di questo racconto segnalo l'intrigante e bellissimo fumetto firmato dal fumettista Jack Venturelli.
Cliccare qui  per sfogliare online il fumetto.

VIDEO DEL FUMETTO:







“Prima o poi ‘sta vita ‘a da’ finì!”

E’ quello che pensa Mario ogni domenica all’alba. Ormai dopo 20 anni, non ha più bisogno della sveglia per alzarsi. Il tempo fa abituare a tutto, forse anche troppo, e Mario lo sa, come sa che a 61 anni sono sempre di meno le occasioni per poter svoltare.
Già, svoltare.
“Aho, damoje ‘na svorta a ‘sta vita...”, così dicevano Mario e Nando da ragazzi. E il bello è che ci riuscirono alla grande, ma durò troppo poco.
Svegliarsi alle 5 per essere a Porta Portese alle 6 e 30.
Quando qualcuno gli chiede cosa vende, lui risponde semplicemente cianfrusaglie. Per lo più oggetti, anche di valore, la cui provenienza Mario non è sempre disposto a rivelare e che spesso acquista o permuta durante le ore di mercato.
“Aho, Mario, che dici, glie ‘a famo a fa un po’ de sòrdi oggi?”
“A Marce’, te, coi mobili usati magari qualche sòrdo ‘o fai, ma io co’ ‘sta roba, ma che sòrdi vuoi che faccia?”
“Ma quante volte t’ho detto de cambià genere…. C’hai un banco che è ‘na meraviglia, e invece te ‘o sprechi per ‘ste due fregnacce che venni!”
“Ma ci ‘o sai…. Nun voglio pensieri… me faccio bastà quello che recimolo… Io, ci ‘o sai, so’ n’omo tranquillo”
Già, un uomo tranquillo. Quante volte Mario l’ha pronunciato o si è sentito dire così.

 

“A commissà... ma lei ogni volta viè da me a sfrugugliarme... ma io so’ n’omo tranquillo, io de ‘sti impicci nun ne so niente!”
Ma il commissario Mariani non gli credeva. Conosceva Mario Cenci e la sua abilità di scassinatore.
Erano gli anni Settanta. Li chiamavano i Fognaroli. In poco meno di due anni erano riusciti a scassinare decine di banche di Roma sempre con la stessa tecnica: passando per le fogne e bucando tutto ciò che li divideva dai caveau.
La polizia non riuscì mai a beccarli. Si parlò di centinaia di milioni di lire rapinati, soldi che come niente svanirono nel nulla. O quasi.

 

Porta Portese. Dicono che sia il mercato più caratteristico di Roma. Ma per Mario è solo un gran casino.
Ogni domenica mattina si ripete il rituale dell’apertura dei banchi e dei chioschi, qualcuno in regola con le licenze, qualcun altro no. Ma Mario non ha mai voluto problemi. Ha sempre pagato quello che doveva, prima le mazzette e poi le tasse e anche qualcos’altro.
“Aho, Mario, hai visto chi c’è?”
Mario alza lo sguardo verso il gruppetto di persone che si sta avvicinando. E quello che vede, ma anche quello che sente, non gli piace per niente.
“Sor Cardinà, quale onore...”
“Buon giorno Cardinà, sempre a vostra disposizione”
“Cardinà, posso offrirvi un caffè?”
Quanti salamelecchi ipocriti, pensa Mario mentre con lo sguardo segue il piccolo corteo di persone che si sta avvicinando al suo banco.
“Uè Marettié, comme vanno 'e ccose?”
“Che volete che vi dica Cardinà, come si dice a Napoli? ‘A vita è ‘na fetenzia... e allora cerchiamo di sopravvive’ alla meno peggio...”
“Eh, tu sì ca si' 'nu buono guaglione, fossero tutte comme a tte... mo' vaco ca tengo che ffà!”
Mario accenna ad un sorriso, ma cambia subito espressione come "il Cardinale", accompagnato dai suoi angeli custodi, si allontana dalla sua vista. Anche questa volta ha dovuto nascondere i suoi reali sentimenti verso quell’uomo. No, anzi, verso quell’animale.
Vincenzo Esposito, napoletano, 150 chili di grasso in poco più di 180 centimetri di altezza. A Porta Portese, ma anche in tutta Roma, è famoso per prediligere il colore rosso. I suoi abiti, le sue auto, l’arredo della sua casa. Tutto di colore rosso. E il nomignolo Cardinale non si sa se gli è stato dato o è stato proprio lui a inventarselo per questa mania per il rosso. Ma Esposito è famoso anche per un altro aspetto: la violenza con cui colpisce i suoi avversari e tutti quelli che non rispettano le regole. Le sue regole.
“Me sa che oggi er Cardinale farà piagne quarcuno!”, dice sconsolato Marcello guardando il grassone allontanarsi.
Già, pensa Mario, qualcuno oggi piangerà e non solo.
La prima domenica di ogni mese gli scagnozzi del grassone si presentano puntualmente ai banchi di Porta Portese per riscuotere le quote del pizzo concordato. Mario ha sempre voluto pagare, perché sa che se sei parte di questo mondo non puoi non pagare. E’ sempre stato così e sarà sempre così. Quanti cardinali ha visto in tanti anni succedersi. Hanno tutti la stessa aria. Li puoi riconoscere a distanza. Come i poliziotti o i carabinieri. E tutti hanno le loro regole. Quella del Cardinale è semplice. Non paghi una volta, ti raddoppio il pizzo. Non paghi per due volte, te lo triplico. Non paghi per tre volte, sei finito. Ma lui non si sporca più di tanto: di solito la raccolta del denaro, o i solleciti, li lascia fare ai suoi scagnozzi, come anche l’aggancio di nuovo contribuente. L’unica cosa che segue personalmente è l’atto finale. Ed è una cosa che sa fare molto bene.
“Mario, Mario”, la voce di una donna interrompe la trattativa per una fotocamera Canon che un tassinaro abusivo gli stava offrendo.
“Che c’è Cristì”.
“Mario, er Cardinale...”
“Embè?”
“E’ annato da Claudia”.
Cazzo, Claudia, no!
Mario sbianca in viso.
“Cristina sei sicura?”
“A Ma’, Claudia c’ha er banco vicino ar mio!”
“Magari è pe’ quarcosa de poco”, interviene Marcello cercando di rassicurare l’amico.
“No, ci ‘o sai, quando er Cardinale viè de persona so’ cazzi per quarcuno... Devo annà da Claudia”.
“Mario, sta bono... nun te impiccià... ‘o sai che quello nun vòle interferenze da nessuno nei suoi affari”.
“A Marce’... si tratta di Claudia... e che cazzo!”

 

Nel 1976 Mario Cenci e Ferdinando Natali erano all’apice del loro successo di abili scassinatori della banda dei Fognaroli. Le indagini della polizia non portarono a nulla forse perché la banda non coinvolse mai terze persone nella sua attività.
La malavita romana non era organizzata e Roma era una città dove chiunque avrebbe potuto fare un colpo senza dover rendere conto a qualcuno.
Mario e Nando si conoscevano da ragazzi e avevano sempre lavorato insieme, da soli, dividendo in parti uguali il ricavato dei loro colpi.
Poi vennero quelli della Magliana, e le cose non furono più come prima. Dovettero limitare i colpi, perché quelli lì non tolleravano che qualcuno lavorasse senza coinvolgerli o senza pagare una qualche forma di tributo.
A Mario non piacevano quelli della Magliana. Troppo arroganti, troppo violenti, troppa droga, troppo invischiati con i siciliani ma soprattutto con la politica. In certi affari, secondo Mario, la politica rende ancor più sporco un lavoro che, di per sé, pulito ha ben poco!
Ma Nando non la pensava uguale. Quelli della Magliana avrebbero avuto dalla loro parte uno dei famosi Fognaroli e per lui sarebbe stata l’occasione per diventare magari un boss di quartiere, come quelli che stanno a Napoli o a Palermo.
Loro, però, gli chiesero subito conto dei colpi realizzati. Dissero che non potevano scontare nulla a chi aveva lavorato in proprio sul loro territorio, su Roma. Gli chiesero anche i nomi degli altri Fognaroli. E lo chiesero a modo loro.
La telefonata svegliò Mario in piena notte.
Ferdinando Natali venne trovato incaprettato nella sua auto la notte di Natale del 1979 nella pineta di Castelfusano. L’autopsia accertò che, prima di morire soffocato, l’uomo era stato torturato.
Al funerale poche persone accompagnarono Nando al cimitero. Tra queste, Mario, la moglie di Nando e la figlia, una bambina di due anni, Claudia.

 

Mario si avvicina al banco di Claudia. Non gli piace quello che vede, soprattutto non gli piace che il grassone sia così appiccicato alla donna.
Un uomo si avvicina. Gli sbarra la strada e con una mano lo sospinge indietro. Mario guarda prima la mano che gli preme lo stomaco e poi alza lo sguardo verso il viso dell’uomo. Non ha bisogno di parlare: lo sguardo dice tutto.
L’uomo accenna ad una smorfia, ma si fa da parte.
“Sor Cardinà, che sta a succede?”
Il Cardinale si gira. Sembra indeciso sul da farsi. Qualcuno sta interferendo nel suo lavoro e questo non lo ha mai tollerato. Ma si tratta di Mario, un uomo tranquillo.
“Ué Marettié, nun facimmo cazzate, nè? Ccà mo' so' fatte re mie!”
Claudia approfitta per allontanarsi dal napoletano ma soprattutto dalle sue mani.
“Sor Cardinà, Claudia è mi’ nipote...”
“'O ssaccio... 'o ssappimmo tutte quante ca tu a vuò bene a Claudia... ma ce sta nu mpiccio...”
“Ve pagherò, Cardinà, dateme ancora un po’ di tempo... ve prego!”, dice Claudia.
“Bellezza mia... c’‘o Cardinale nun se pazzea, tu l'avissa sapè”.
“Permettete un momento Cardinà?”, dice Mario distraendo ancora una volta il napoletano.
“Mannaggia... ma t''e vvuò fà 'e cazze tuoje?”
“Vi prego, ve vorrei parlà in privato”.
Esposito si allontana dal banco e si avvicina a Mario.
“Che cazzo vuo'... nun me fà perdere 'o tiempo!”
“Vanno bene tremila euro?”
Esposito sorride.
“Marettiè, tu l'avissa sapè... io tengo 'na legge, tengo 'na nummenata ..(1).”
“Lo so, lo so, cazzo, e qui tutti vi rispettano.... Se Claudia vi ha fatto qualche torto, scusatela... forse nun se la sta passà bene... Pe’ lei ce penso io... Ve vanno bene tremila euro allora?”
Il Cardinale sospira.
“Mario, Mario, tu sì ‘nu bbuono guaglione...”
“Lasciate sta Cardinà.... famo cinquemila e nun se ne parla più! Me sembra che ve sto a dà un ber pizzo, eh?”
“E tu ‘sti sorde addò 'e ppigle?”
“So’ cazzi mia, co’ tutt’er rispetto Cardinà!”
Esposito annuisce.
“Facimme accussì: tu te fai dicere d''a nipote toja 'o mpiccio c'ha cumbinato e ppo' me puorte chello che m'adda ra'. Ma non te fà suonne (2): nun so' spicce”.
Il napoletano e i suoi angeli custodi si allontanano tra i salamelecchi degli altri bancaroli.
Claudia guarda basso. Non vuole incrociare lo sguardo di Mario che la sta osservando serio.
“Vado a chiude er banco. Tanto s’è fatto tardi”.
“Mario... aspetta...”, Claudia abbraccia l’uomo scoppiando in un pianto penoso.
“Ce stanno a guarda’ tutti... chiudi e vie’ a pranzo da me. Così me racconti tutto”.

 

Non ci mise molto Mario a capire che Nando non aveva parlato ma anche che non era il caso di esibire la ricchezza portata dai soldi rapinati. Sapeva che quelli della Magliana e la polizia erano alla caccia del miliardo di lire che, si diceva, era l’ammontare dei colpi dei Fognaroli.
Fino ad allora, avevano usato parte dei soldi per acquistare l’uno una casa e l’altro un vigneto. Il resto, era stato nascosto in attesa di capire come poterlo investire al meglio.
La morte tragica di Nando stravolse ogni progetto e costrinse Mario ad uno stile di vita essenziale per non mettere a repentaglio la famiglia di Nando e quella dei suoi cari.
Ma Nando gli era stato amico. Si erano voluti bene come fratelli. Forse anche di più.
Morire così... neanche le bestie...
L’arroganza di quelli della Magliana era tale da farli vantare apertamente dei colpi e delle bravate fatte. E Mario questo lo sapeva e rimase in attesa con le orecchie tese, come un animale in caccia. Aspettò paziente per diversi mesi che gli arrivasse all’orecchio almeno un nome. E alla fine l’attesa fu premiata.

 

Più che in un appartamento, Mario abita in una specie di magazzino, dove sono ammucchiate in modo sparso scatole di cartone piene delle cose più disparate. Claudia guarda distratta il contenuto delle scatole e prende in mano la Canon che Mario aveva acquistato durante il mercato.
“Che volemo fa’? Se guardamo in faccia mentre magnamo o parlamo un po’?”, dice Mario subito dopo aver servito un piatto di pasta alla donna.
Lei accenna a mangiare ma senza entusiasmo. Forse non ha neanche appetito.
“Me so’ inguaiata Mario. So’ stata ‘na cogliona!”
Mario la osserva con compassione. Claudia non è stata fortunata dalla vita: prima la tossicodipendenza e poi un matrimonio sbagliato sono stati i drammi maggiori che ha dovuto vivere, dopo la morte del padre, del quale però non ha nessun ricordo. Mario però sì: non può dimenticarsi la felicità di Nando non appena Claudia nacque o l’entusiasmo e l’orgoglio di padre quando passeggiava per il quartiere con lei nella carrozzina.
Ma Claudia è anche una bella donna. Rossa di capelli, altezza media, con un corpo che non si può non ammirare o, meglio ancora, non toccare.
“A tutto c’è un rimedio, Claudia, dimme solo che cazzo hai combinato”.
“M’ero stufata de vive così. De nun ave’ un po’ de sòrdi per fa la bella vita. Ho iniziato cor piccolo spaccio, hashish, pasticche, poi m’è capitato ‘n’affare d’oro. Si trattava de prende un bel po’ de coca pura da un colombiano, tagliarla e rivenderla. Er colombiano era un amico del mio ex marito. Voleva però un botto de sòrdi, centomila euro. Ma cor er taglio e co li prezzi de Roma o de Milano, ci avrei potuto fa’ almeno tre vorte de più”.
Mario finisce di bere il bicchiere di vino rosso.
“Famme indovina’: te sei rivorta ar Cardinale pe’ fatte presta’ i centomila...”
“Sì. Ma il problema è stato er colombiano. Quel figlio di mignotta m’aveva chiesto i sòrdi in anticipo perché diceva che gli servivano tutti e subito per fasse arriva’ ‘a roba er prima possibile”
Mario si infuria.
“Nun me dì che gli hai dato tutti i sòrdi e quello è sparito!”
Claudia annuisce piangendo in silenzio.
Mario abbandona la testa sulla spalliera della sedia.
Da far rigirare Nando nella sua tomba...
“Ma perché nun sei venuta da me come l’artre vorte?”
“Mario, se trattava de centomila e poi perché quando c’è la droga de mezzo, tu nun vòi impicci.... Mario... nun so che fa... er Cardinale vòle i suoi sòrdi, ma ora li vòle coll’interessi...”
Tipico di quello strozzino.
“E quanto glie dovresti da’?”
“Centoventimila”.
Tombola, altro che cinquemila...
Tra i due c’è solo silenzio. Mario cammina su e giù per i pochi metri dell’appartamento e Claudia ha lo sguardo perso da qualche parte.
“Ascolta, a ‘sta faccenda mo ce penso io. Tu nun te devi preoccupa’ de niente. Ma me devi giurà ‘na cosa”
Claudia si asciuga gli occhi e lo guarda fisso negli occhi.
“Me devi giurà che nun te metterai più in mezzo a cose del genere!”.
Claudia annuisce in silenzio.
“Ma come farai coi sòrdi pe’ er Cardinale?”
“Ce penso io, nun te devi preoccupà”, dice Mario dandole un bacio sulla fronte.
“Aspetta, te vojo fa’ ‘na foto”
“Ma lassa perde...”
“No, vojo fotografa’ l’omo più bono der monno. Sei ‘na rarità e le rarità vanno fotografate”
La macchina scatta un paio di pose mentre Mario sbuffa e guarda in cielo.
“E mo se famo ‘na foto insieme... aspetta... famme vede’ come se mette l’autoscatto... te mèttete lì sur divanetto che mo te raggiungo”.
Mario si siede e guarda la donna che maneggia la Canon. La vede più rilassata.
“Ecco... presto, famme posto...”
Claudia si siede accanto a lui. Mario aspetta lo scatto della macchinetta e non si accorge che il viso di lei si è avvicinato. Quando se ne accorge è troppo tardi. Il bacio arriva improvviso, come anche lo scatto della Canon. Il bacio è lungo, appassionato. Lui non fa resistenza e si lascia andare. Lascia libera la sua eccitazione per troppo tempo tenuta a freno. In quel momento non è Claudia, la figlia del suo migliore amico, la bambina che ha visto crescere e che da piccola lo chiamava zio. In quel momento è solo una donna. Una donna bella e sensuale, dal corpo fantastico.

 

Manca ancora mezz’ora all’appuntamento: Mario ha sempre preferito arrivare prima a certi appuntamenti.
E’ seduto in silenzio dietro ad un cespuglio agli argini del Tevere. Alle 11 di sera la città si muove ancora sopra la sua testa, ma sono altri i suoni a cui lui è concentrato.
Vede in distanza la mole del napoletano avvicinarsi accompagnato da tre scagnozzi. La luce del lampione al neon rende meno forte il colore rosso degli abiti del Cardinale ma rende anche più ridicola l’espressione di impazienza sul suo largo viso.
“Buona sera sor Cardinà”.
Esposito e i suoi angeli custodi alzano lo sguardo verso Mario apparso dall’oscurità davanti a loro.
“Uè Marettiè, ma pecchè m'e fatto venì cà?... Nun me fà perdere 'o tiempo, 'e ppurtaste 'e denare?”.
Mario alza la borsa che tiene con la mano sinistra.
“Pa' Maronna, si' proprio nu guaglione bravo... fussero tutte comme a te!”
“Cardinà, se semo già messi d’accordo ar telefono. Dovrete lassà sta’ Claudia... Co’ ‘sti sòrdi Claudia nun ve deve più niente, nè ora nè mai”.
Esposito sorride mentre infila una sigaretta nel bocchino dorato.
“Marettiè... te voglio dicere nu fatto... Doje guagliune rumane c'arrubbavano dinte 'e banche, facevano 'o pertuso, trasevano e se pigliavano tutte cose. Faticano sulo lloro, nun vonno a nisciuno... po' a uno ce venette 'o vulio e se fà grand'ommo... e facette a penzata 'e se mettere assieme 'e patrune d'a città. O guaglione facette na fine brutta assaje... O cumpare fuje cchiù diritto... annascunnette 'e denare e s'annascunente ... dicimme c'addiventa.... n'ommo sistimato (3)... O' ppassato però nun se cancella, e manco nu miliardo 'e lire... Capisce a mme, Marettiè?”
Mario non risponde. La borsa è ai suoi piedi e tiene le mani nelle tasche del giubbotto.
“Nun tiene niente a dicere, Marittiè?... Faccimme accussì... chisti centoventi mila so' pe' Claudia... e pe me fa' scurdà 'e te e d'o fatto che t'aggio cuntato me n'hai da dà duecentoottanta mila”.
Mario si muove lentamente cercando di tenere d’occhio i tre scagnozzi del grassone.
“Siente a mmè Marettiè, tu faje na vita 'e mmerda, nun te ne faje niente 'e 'sti renare. 'O ssaie o no?”
No, Mario non lo crede.
“Uè guaglio'... nun tiene niente 'a dicere?”
No, non sarò io a parlare, bastardo.
Le due pistole automatiche, comparse come per magia dalle tasche del giubbotto, parlano per lui.
Mario spara quattro colpi in sequenza centrando i tre scagnozzi del Cardinale.
Esposito rimane bloccato. Il bocchino gli cade dalla bocca.
E’ troppo spaventato per muoversi o per parlare.
Mario si avvicina, raccoglie il bocchino e glielo infila in bocca.
“Adesso ve racconto io ‘na storia... E’ la storia di du’ ragazzi che so’ cresciuti poveri in una borgata de periferia. Se volevano bene. Erano inseparabili. Poi quarcuno li separò. Sì, è vero, uno fece ‘na brutta fine... l’artro però non lo dimenticò... seppellì l’amico, gle sistemò ‘a famiglia e poi andò in cerca di quelli che lo avevano ammazzato come una bestia... quarche mese dopo tre uomini vennero trovati a testa in giù in una fogna soffocati dalla merda e dai loro genitali...”
Il cardinale comincia a piagnucolare e a farfugliare qualcosa in napoletano. Ma Mario capisce solo che l’altro sta dicendo qualcosa su Claudia.
“Sor Cardinà, ve l’ho già detto... lassàte sta’ Claudia!”
Mario alza la pistola verso la testa del napoletano.
Il rumore dello sparo è secco.
La pistola gli cade di mano prima che cedano le gambe.
Mario cade inerme per terra e lentamente una chiazza di sangue si allarga sotto di lui.
“Perché?... Perché?... Cazzo... Mario nun dovevi fa tutto ‘sto casino!”.
Mario sente che se ne sta andando. Tossisce sangue. Ma più che il proiettile nel polmone, lo sta uccidendo la voce che gli sta urlando qualcosa.
Claudia ha ancora la pistola in pugno. E’ inginocchiata a fianco a Mario.
“Perché hai fatto l’eroe... non l’hai mai fatto... sei sempre stato un uomo tranquillo... tutti quei soldi... dovevi darli al Cardinale e tutto sarebbe stato a posto...”
“Mo' basta, piccerè, jamme - dice Esposito guardandosi attorno - ... addò sta 'a borza... facimmo ampressa, chisti centoventi mila 'e ttenimmo...”
“Ma che cazzo ci facciamo... se non diamo ai colombiani i quattrocento mila euro ci ammazzeranno...”
Esposito e Claudia si inginocchiano a terra ed aprono trepidanti la borsa. Il vuoto all’interno però li fulmina peggio di uno sparo in pieno volto.

 

Porta Portese. Dicono che sia il mercato più caratteristico di Roma. Ma per Marcello non sarà più lo stesso senza Mario.
Oltre ai mobili usati ora ha anche la sua roba da vendere. Glielo ha chiesto Claudia. Dice che ha bisogno di soldi.
Marcello si pente di aver aperto. E’ ancora troppo scosso.
Non ha voglia di trattare con le persone che si avvicinano a guardare gli oggetti che erano di Mario.
“Senta... scusi... ma che è usata la Canon?”
“Sì... credo di sì...”
“E sa per caso chi fosse il proprietario?”
“Sì... un uomo tranquillo”.

 



(1) reputazione
(2) non ti illudere
(3) un uomo tranquillo


Un ringraziamento speciale a Patrizia Castaldi per i dialoghi in napoletano




I TRE CUSTODI
Racconto ambientato nel Wilde West.

 

L’uomo camminava lentamente sulle dune del deserto dell’Arizona.
Il cavallo si era azzoppato il giorno prima e l’acqua nella borraccia era finita. L’uomo però non se ne preoccupava: altri erano i suoi pensieri.
Quel sogno così assillante, sempre lo stesso, così vivo, così reale. E quella voce di ragazzo che lo incitava a raggiungere un villaggio ai confini dell’Arizona. Non poteva essere soltanto un sogno.
Aveva sangue azteco nelle vene: i suoi antenati avevano combattuto gli spagnoli. E il suo istinto primordiale di indio lo aveva convinto che quel sogno o, forse, incubo, aveva qualcosa di reale e che doveva scoprirne il significato.
L’uomo sapeva però che così sarebbe dovuto uscire allo scoperto. Tornare in circolazione con una dannata taglia che pendeva sulla sua testa, vivo o morto, era un grosso rischio.
Controllò le sue armi, un fucile a canne mozze che portava legato dietro la schiena e il machete appeso alla cintola, e proseguì il suo cammino.
 

Il villaggio di Goldenville aveva perso ormai da tempo la sua vitalità. I filoni d’oro erano ormai esauriti e le poche persone rimaste cercavano di sopravvivere gestendo la stazione di transito delle diligenze e il passaggio dei mandriani che procedevano con il bestiame verso i ricchi mercati dell’est.
Un posto dannatamente dimenticato da Dio, ma che almeno né lui né il demonio ci mettevano su la zampa.
Era così che diceva Karyn, una delle proprietarie dell’unico saloon di Goldenville, l’Old Arcade. Era fiera del locale che aveva messo su dopo tanti sacrifici insieme alle sue vecchie amiche Patti e Caroline. Ogni sera Karyn si esibiva allietando gli avventori con la sua voce e la musica del pianoforte che suonava con grande vitalità, mentre le sue socie si dedicavano al bancone del saloon e alla cucina.

Lo sceriffo Mike Fox non si sarebbe mai immaginato che in quel polveroso villaggio tre donne avrebbero potuto resistere da sole nella gestione del saloon. Nella sua città di Horseville i saloon erano gestiti solo da uomini e le donne erano occupate a fare ben altro.
“Buon giorno sceriffo. Ancora non siete scappato via da questo posto infernale!” disse sorridendo Patti mentre puliva il bancone.
“E come farei senza le vostre birre e bistecche?”.
“Storie, voi siete qui per qualcos’altro! - disse Karyn raggiungendo l’uomo al tavolo - Allora, non ce lo volete dire perché è qui?”.
“E se ve lo dico, cosa mi date in cambio?”.
“Non ci provate, sceriffo, noi siamo in tre e siamo ben agguerrite...” disse Caroline uscendo dalla cucina con un coltellaccio in mano che non prometteva bene.
“Ok, ho capito. Io sarò buono, ma voi per favore non insistete con le vostre domande. Ok?”.
Karyn gli sorrise e annuì con la testa.
“Che vi porto per colazione?”.
Il cigolio della porta del saloon distolse però l’attenzione dei presenti.
L’uomo era pieno di polvere e non emanava di certo un buon odore.
Mike notò subito il fucile a canne mozze che portava legato dietro la schiena e il machete appeso alla cintola.
Il cuore gli sobbalzò: in tutto il West c’era solo un uomo che portava un fucile del genere in quella maniera.
L’uomo si tolse il cappello e senza alzare lo sguardo chiese una pinta di birra.
Patti lo squadrò con uno sguardo poco amichevole.
“Senti amico, mi stai sporcando il saloon. Prendi la birra e sparisci subito. Siamo intesi?”.
L’uomo non si scompose, lasciò la birra sul bancone insieme alle sue cose e uscì dirigendosi verso un vascone pieno d’acqua utilizzato per l’abbeveraggio dei cavalli. Si girò di spalle e si lasciò cadere in acqua facendo schizzi da tutte le parti.
Quando riemerse si diresse nuovamente nel saloon.
Patti provò a protestare, ma lo sguardo dell’uomo la bloccò.
L’uomo bevve la birra con tutta calma.
“E’ da tanto che non ti si vede in giro, eh Snake?”
Mike aveva la mano appoggiata sul calcio della pistola.
“Dalla puzza che hai non puoi che essere uno sceriffo”.
“Già, Mike Fox, sceriffo di Horseville”.
“Non è il tuo territorio, sceriffo, quindi non mi stare a rompere”.
“Se un serpente velenoso come te esce allo scoperto ci deve essere un buon motivo. E io lo voglio sapere”.
Snake non ascoltò lo sceriffo, riprese le sue cose e si diresse a un tavolo vuoto.
Mike si sedette vicino a lui.
Caroline portò qualcosa per i due uomini che mangiarono in silenzio.
Lo sceriffo osservava l’altro domandandosi perché Gonzalo Vegas conosciuto come Snake, il serpente, avesse tirato fuori il naso dalla tana dove si era nascosto negli ultimi tempi.
Improvvisamente il silenzio venne interrotto da una voce dall’esterno.
“Ehilà brava gente, vediamo cosa potete fare per il grande Johnny Warner!”
Mike sbuffò
“Ci mancava solo lui!”
Solo le tre donne puntarono lo sguardo verso il nuovo arrivato che si stava avvicinando al bancone. Era vestito in completo nero, e portava alla cintura due pistole luccicanti.
“Allora, cosa abbiamo qui? Uh... tre belle fatine che vorranno soddisfare le mie voglie!”
“Senti bellimbusto, qui si beve e si mangia. E se hai voglia di qualcos’altro dovrai fare i conti con mio fratello!” disse duramente Patti da dietro il bancone.
“Ah sì? E chi sarebbe tuo fratello?”
“Si chiama Winchester e mi tiene compagnia notte e giorno”, rispose Patti puntando il fucile in faccia all’uomo”.
Johnny Warner si fece subito serio intuendo che la donna non stava scherzando.
“Anziché stare a importunare chi sta lavorando, vieni a sederti vicino a noi”.
“Sceriffo Fox, che sorpresa. Ma perché hai detto noi quando al tavolo sei solo?”
Mike si girò e si accorse che Snake era sparito.
“Johnny Warner, sempre a caccia di taglie?”
“E’ il mio lavoro, lo sai, e lo faccio onestamente”.
“Già, senza contare però le truffe al poker a discapito di onesti giocatori”.
“Mi stai offendendo, sceriffo... io, un baro?”, rispose sorridendo Johnny.
“Oggi potrebbe essere il tuo giorno fortunato... oppure no...”, disse Mike cambiando tono di voce.
Johnny intuì. Si alzò girandosi e impugnando le due pistole. Si bloccò subito perché di fronte al suo viso si ritrovò il vuoto di due canne mozze di un fucile. I due uomini si guardarono tesi, pronti a sparare l’uno contro l’altro.
“Guarda guarda chi si vede... Gonzalo Vegas detto Snake!”.
“Lascia cadere le tue pistole Warner se non vuoi che il tuo viso si ritrovi con un doppio zero appiccicato!”
Johnny si fece serio. Non avrebbe mai immaginato che in quel posto così sperduto avrebbe potuto incontrare l’uomo a cui stava dando la caccia da tanto tempo.
“Eh no! Questo no! Andate ad ammazzarvi da un’altra parte!” urlò Karyn avvicinandosi senza timore.
“Ragazzi calmatevi – intervenne Mike – abbassate tutti e due l’artiglieria e parliamo, ok?”.
“Io non sono venuto per cercare rogne. Ho attraversato il deserto per scoprire una cosa. Poi me ne andrò via”, disse Snake senza distogliere lo sguardo da Johnny. Poi inaspettatamente, abbassò il fucile voltando le spalle ai due uomini.
“Dove stai andando?”, urlò Johnny prendendo la mira.
“Vado a pisciare”.
Mike sghignazzò. Johnny abbassò le armi e si sedette più rilassato.
“Ora ho proprio bisogno di bere sul serio. Ehi, tirate fuori il vostro miglior whisky. La mia gola è più arsa del vostro deserto in piena estate!”
I tre uomini rimasero soli nel saloon. Calò uno strano silenzio. Lo sceriffo squadrò a fondo gli altri due che intanto sorseggiavano il loro whisky osservandosi con disprezzo.
“Allora, dato che non avete voglia di parlare, lo faccio io – disse Mike ad un certo punto – Non pensate che sia strano che ci siamo incontrati tutti e tre in questo posto dimenticato da Dio?”.
“Che vuoi dire dannato di uno sceriffo?” chiese Johnny.
“Voglio dire che non ho mai creduto alle coincidenze. Voglio dire che ognuno di noi è qui per un motivo preciso. O sbaglio?”.
Il cacciatore di taglie fece un mezzo sorriso, ma non sembrò divertito. Snake invece non si scompose e continuò a bere il suo whisky.
“Beh, io potrei averlo un motivo – rispose Warner – ed è qui davanti a me. Vero Snake?”
“Già... – riprese Mike – scommetto 100 dollari che se Snake non si fosse fatto vivo, tu non lo avresti trovato mai!”
Passarono altri minuti di silenzio. Mike osservò ancora una volta gli altri due e decise che era ora di scoprire le carte.
“Tre mesi fa feci un sogno. C’era un ragazzo, si chiamava Xochipilli . Mi disse che sarei dovuto andare in un villaggio ai confini dell’Arizona. Mi disse che avrei dovuto trovare un uomo potente e pericoloso e cercare di fermarlo. Mi disse che se non lo avessi fatto sarebbe scoppiata una specie di apocalisse. Io nel sogno resistevo, perchè non credevo a quello che il ragazzo mi diceva. Lui allora mi entrò nella testa... lo so che sembra incredibile, ma è proprio questa la sensazione che ebbi nel sogno... mi entrò nella testa e mi fece vedere davvero l’apocalisse. Merda... mi sono pisciato sotto dalla paura... non mi vergogno di dirlo!”
Mentre Mike parlava, Johnny lo osservò con un espressione dura. Snake, invece, alzò lo sguardo verso lo sceriffo.
Fox si fermò e si accorse che aveva preso l’attenzione anche delle tre donne che intanto si erano avvicinate.
“Ma non è finita qui. Da allora, non c’è notte che non faccia lo stesso sogno, che non senta le stesse voci, le stesse sensazioni, le stesse paure... Ecco perché sono qui.
“Già... che merda di sogno... – disse Johnny – ... e il bello è che il villaggio che quel diavolo di un ragazzo indica nel sogno è proprio questo: Goldenville!”
Lo sceriffo sgranò gli occhi incredulo.
“Nel mio di sogno, l’uomo potente e pericoloso da fermare si chiama Cortez. E nel vostro?” chiese con tono monocorde Snake sicuro della risposta degli altri.
“Non è possibile... – disse Mike - abbiamo fatto tutti e tre lo stesso sogno... è incredibile”.
“Stronzate – risposte Johnny – ecco cosa sono, stronzate... come quelle che lascia il mio cavallo dopo che ha mangiato!”
“Stronzate hai detto? Che io sia dannato se davvero queste cose sono stronzate”, disse una voce all’entrata del saloon.
Si trattava del dottor Steve Ray, mente storica della regione e famoso per il suo grado di preparazione medica nonché per il suo grado alcolico.
“Ehi Doc... perché dite queste cose?” chiese curiosa Karyn.
“Si dice in giro che ci sia un uomo ricco e potente che si fa chiamare Cortez. Sembra che abbia radunato le peggiori bande di Mescaleros della regione e che stia razziando i ranch e i villaggi che incontra sulla sua strada”.
“E allora? – chiese Johnny.
Il dottor Ray si avvicinò al bancone.
“Si dice anche – riprese Doc dopo aver buttato giù un generoso sorso di whisky – che stia cercando qualcosa... Un maledettissimo tesoro azteco!”
La parola tesoro richiamò l’attenzione di tutti.
“Ho l’impressione, caro Doc, che questa mattina vi siete alzato già sbronzo”, disse Patti con ironia.
“Accidenti a tutti voi, non sono mai stato più lucido... Non posso sbronzarmi proprio ora che ho davanti a me i tre custodi del tesoro!”
"I tre... cosa?", disse Johnny con un mezzo sorriso.
Il dottore chiese ancora da bere e iniziò a raccontare.
Raccontò di un antico tesoro che gli aztechi, in fuga dagli spagnoli, nascosero nella regione. Raccontò dei monili magici del tesoro che avrebbero potuto dare, a chi ne fosse entrato in possesso, un potere sovrumano. Gli aztechi prima di sparire lo nascosero bene e si raccomandarono agli dèi affinché il tesoro non fosse andato in mano a nessuno.
“Quell’uomo sta cercando il tesoro azteco per arricchirsi, ma anche per appropriarsi di questo potere divino”.
“E noi tre che c’entriamo?” chiese lo sceriffo scettico per quello che stava ascoltando.
“C’è una leggenda che parla di questo tesoro... dice che se il tesoro fosse stato in pericolo, gli dèi avrebbero inviato tre uomini a difenderlo. I tre custodi!”.
Una risata interruppe il racconto del dottor Ray.
“Questa è la più grossa stronzata che abbia mai ascoltato - disse Johnny – uno sceriffo, un cacciatore di taglie e un bandito. Tre custodi di un antico tesoro... puah”, lo sputo centrò in pieno la sputacchiera.
“Sì, anch’io non credo a queste cose...”, disse serio lo sceriffo Fox.
“Ammesso che il tesoro esista – riprese Warner - che interesse avremmo noi di fermare questo Cortez?”
Il dottore cercò, con un altro sorso di whisky, di trovare una risposta valida alla domanda del cacciatore di taglie. Ma non ci riuscì, perché la sua attenzione come quella degli altri fu attirata dal fragore dei cavalli e degli spari che giunse all’improvviso da fuori.
Pochi secondi dopo un gruppo di 6 uomini entrò con passo lento. Camminavano vicini osservando uno ad uno le persone del saloon. Si disposero lungo il perimetro interno del locale. Poco dopo la porta del saloon si aprì e tutti poterono intravedere, in controluce, una figura umana imponente. Indossava un lungo impermeabile nero, un capello a larghe falde e un paio di occhiali tondi scuri. Lentamente si diresse al bancone. Si girò e rivolse il viso ai presenti. Mike, Johnny e Snake lo riconobbero subito e ognuno capì in cuor suo il significato del sogno e perchè qualcosa o qualcuno gli aveva chiesto di fermare Cortez.
“Allora, le cose stanno così – disse l’uomo con una voce bassa e profonda – Il mio nome è Cortez e voi potreste avere una cosa che a me interessa”.
La tensione crebbe d’intensità.
“Sono lo sceriffo Mike Fox e credo di avere un conto in sospeso con te. Ti ricordi di mia sorella che hai violentato e ammazzato brutto figlio di puttana?”, urlò Mike alzandosi in piedi con la pistola in pugno.
Cortez si girò osservando bene lo sceriffo.
“Il mio nome è Johnny Warner: ti ricordi di mio padre che si è ucciso dopo che gli hai distrutto il ranch e rubato il bestiame?”
Cortez volse lo sguardo sul cacciatore di taglie che si alzò in piedi impugnando le pistole.
“Nel villaggio erano rimasti solo gli anziani, le donne e i bambini – disse Snake con uno sguardo che agghiacciò gli altri - Gli uomini erano andati a caccia. Tu arrivasti con la tua banda. Sopravvisse solo un bambino. Io!”. E senza battere ciglio, Snake, il serpente, colpì. Sparò i due colpi del fucile a canne mozze centrando i tre Mescaleros più vicini a lui. Prima che gli altri banditi reagissero, Mike e Johnny spararono centrando in pieno petto i rimanenti Mescaleros.
Cortez rimase immobile con un ghigno stampato sul viso.
“I tre custodi!”, disse con tono sarcastico.
Partirono gli spari. Il saloon si riempì del fumo della polvere da sparo. Mike e Johnny, con le pistole, e Patti, con il suo fucile, rimasero fermi con le armi fumanti in mano.
Cortez guardò divertito i buchi nel petto e nella pancia da cui usciva copiosamente un liquido scuro. Cominciò a ridere e la risata fece venire i brividi ai presenti, anche perchè i buchi delle pallottole si chiusero come se nulla fosse successo. Ridendo però non si accorse del movimento veloce alle sue spalle e questo gli fu fatale.
Il colpo di machete di Snake arrivò come una saetta: la testa recisa di Cortez rotolò, schizzando sangue dappertutto, fino a fermarsi distante dal corpo che si afflosciò inerme in terra.


Due giorni dopo, le tre donne riaprirono l’Old Arcade. Mike, Johnny e il dottor Ray si erano dati da fare con le tre donne a ripulire tutto. Snake, invece, aveva fatto perdere nuovamente le sue tracce subito dopo lo scontro nel saloon: approfittando della confusione, si era dileguato portando con sè i cavalli degli uomini uccisi.
“Che farai ora?”, chiese Mike a Johnny.
“Non so... Andare alla caccia di Snake è inutile. Avrà cancellato le sue tracce come al suo solito. E poi, dopo questa faccenda ho bisogno di rilassarmi un po’. Le sale da gioco di Tucson mi aspettano... E tu?”
“Ritorno a Horseville. Ma credo già di sapere dove passerò la mia vecchiaia. Se ci arriverò...”.
E facendo l’occhiolino a Karyn, girò il cavallo dirigendosi verso nord.




85
Il "dramma" della dieta....


Eccola. Lei è sempre lì e ti aspetta. Può succedere di tutto: possono cadere i governi, si possono perdere gli scudetti, può aumentare ancora il prezzo del petrolio, ma lei rimarrà sempre lì ad aspettarti.
Quando ti avvicini, non riesci a far finta che non ci sia. Ti senti attratto e non pensi alle delusioni precedenti perché senti che questa è la volta buona.
Qualcosa dentro di te, però, ti fa resistere e vorresti rimandare l’incontro. Tenti allora un primo approccio e lei reagisce subito come se in tutto questo tempo non aspettava altro.
Ti spogli. E’ come un rito. La stanza è chiusa a chiave, così nessuno potrà disturbare.
L’accarezzi con un piede.
Ormai ci sei, non puoi tirarti indietro. Ci vai sopra.
Per un attimo hai paura che non succeda nulla, poi come di incanto lei si accende e capisci che è il momento della verità.

85 chili! Porca miseria, no!
Non è possibile, 85 chili!
Spegni e riaccendi la bilancia elettronica, ma la sentenza è sempre la stessa. 85 chili!
Ok, la pancia c’è, su questo non ci piove, ma 85 chili ti sembrano davvero tanti.

Forse dimentichi le flessioni che richiedi al tuo ventre quando al mattino devi indossare dei pantaloni di taglie ormai passate. O forse non pensi alle battute di tua moglie con la faccenda delle “maniglie dell’amore”.
Soprattutto non ricordi le abbuffate al ristorante del villaggio della scorsa estate o le degustazioni di aperitivi con gli amici il sabato sera prima di cena.
Ti guardi allo specchio. E’ come se gli occhi si fossero aperti solo ora. Ti senti avvilito.
Ti rivesti e vai in cucina.
Il cappuccino è lì che ti aspetta con il cornetto che tua moglie ti ha scaldato al microonde.
No! Ora basta.
Con tono austero e categorico, manco fossi un giudice mentre esprime una sentenza, dandoti un tono di persona determinata e sicura di se stessa, offri ai presenti la tua decisione storica: da oggi, a dieta!
Ora, ci sono due tipi di dieta: la dieta prescritta e seguita da uno specialista, il tuo medico o un dietologo, e la dieta “fai da te”.
La prima richiede appuntamenti per visite mediche, analisi o accertamenti diagnostici. Il tutto ha un costo, sia economico sia in tempo che devi perdere.
La seconda invece è proprio quello che fa per te, perché chi più di te sa cosa è meglio mangiare e cosa eliminare? E poi non devi spendere un euro per medici, specialisti e analisi!
Bene, da oggi niente pane, pasta, olio, zucchero, caffè, latte, alcolici, fritti, salumi, formaggi grassi.
Soltanto frutta, verdura, carne e pesce magri!

Alle ore 7, la prima colazione.
Inizi la mattina con una bella tazza di the. Niente zucchero, solo dolcificante.
Arrivi in ufficio e ti accorgi di una certa debolezza e sonnolenza. Resisti, d’altronde il fisico si deve abituare alla mancanza degli zuccheri.
Alle ore 10.45, la colazione di metà mattina.
Il cuore comincia a battere più veloce. Sai che da un momento all’altro inizierà il rituale della colazione tra colleghi: la pizza con la mortadella. Sono anni ormai che il fornaio sotto l’ufficio, dopo aver ricevuto l’ordine per telefono, si prodiga nel portare decimetri quadrati di pizza bianca, appena sfornata, aperta e riempita di profumata mortadella con il pistacchio.
Vorresti uscire dalla stanza, ma devi consegnare al tuo capo un maledetto report entro un’ora.
Il capo infatti tollera il rituale della pizza a due condizioni: che la si consumi nel proprio posto di lavoro e che gliene venga offerta un’abbondante porzione.
A scanso di equivoci, informi i colleghi della tua dieta e provi a concentrarti sul report.
Sottovaluti però l’effetto che da’ la pizza calda ripiena di mortadella quando viene scartata.
Le narici si dilatano alla ricerca dell’aroma, come se fossero alla ricerca dell’ossigeno vitale.
Lo stomaco fa il resto.
Non ce la fai. Ti alzi disperato e vai davanti al dispensatore di acqua. Ti fai fuori tre bicchieri di acqua sperando che possano colmare il pauroso vuoto di stomaco.

Alle ore 13.30, la pausa pranzo.
Esci da solo. La tua è una sofferenza che non puoi condividere con qualcuno. E poi non puoi permettere di farti tentare dalle insistenze di qualche tuo collega.
L’insalata mista o il frullato all’inizio ti sembrano quanto di meglio ci possa essere. Te li gusti foglia per foglia o sorso per sorso. Ma se c’è un principio, c’è anche una fine. Ed è il panico.
Torni in ufficio più affamato di prima. Osservi con sguardo omicida il collega che degusta con tutta calma la fetta di cassata siciliana appena acquistata in pasticceria. Provi a non ascoltare le telefonate dei colleghi che descrivono alle proprie consorti cosa hanno mangiato per pranzo. Scappi dalla stanza e pensi di trovare sollievo davanti al dispensatore di acqua. Ti fai fuori altri tre bicchieri di acqua.

Nel tardo pomeriggio torni a casa e guardi con occhi diversi la ben nutrita portinaia che dalla guardiola ti saluta sorridendo. Non riesci a capire perché proprio oggi la cara cicciona assomiglia a un bel maiale e perché te la immagini imporchettata.
Ormai sei in piena crisi di astinenza.
Sudi freddo e quando vedi il tuo bambino di un anno alle prese con la sua pappa con l’omogeneizzato sciolto dentro, ti rinchiudi in camera angosciato e provi a leggere il giornale.

Alle ore 20, la cena.
Ti avvicini al tavolo respirando con la bocca. Non vuoi far sentire alle tue narici gli odori della cena preparata da tua moglie.
Il biancore del petto di pollo si mimetizza nel fondo bianco del piatto. L’insalata senza olio ti ricorda l’erba che le mucche o le pecore mangiano.
Il piatto di bucatini alla carbonara che tuo figlio maggiore si sta divorando ti dà invece il colpo di grazia.
Non parli per tutta la cena. Mangi fissando solo il televisore.
La mela completa il tuo pasto, ma solo in teoria, perché senti che lo stomaco e le altre viscere si stanno ribellando per questa improvvisa e inaspettata astinenza da cibo.

Il sonno non ti aiuta. Nei tuoi sogni ci sono abbondanti piatti di bucatini alla carbonara e profumate portinaie imporchettate sullo spiedo.
Così passano i giorni, tutti uguali e tutti vissuti in piena depressione.
Disperato, dai retta a una collega che ti illustra la validità di una "dieta della banana".
Ti aiuta a non avere fame e non ti fa ingrassare.
E così un giorno ti mangi per pranzo tre banane e bevi mezzo litro di latte scremato.
Ti senti finalmente sazio e dopo tanto tempo ti ritorna il sorriso. Ma solo per poco, perché dopo un’ora non solo lo stomaco ritorna a reclamare attenzione, ma senti l’intestino che si muove in maniera anomala, costringendoti a passare le successive ore in sedute straordinarie al bagno a contare le mattonelle davanti ai tuoi occhi...

E’ passata una settimana. Da qualche parte avevi letto che durante la dieta è inutile pesarsi giorno per giorno, ma con frequenza settimanale.
Ti senti pronto.
Già dal mattino stai pregustando questo momento.
E’ il tuo momento. E’ il tuo riscatto nei confronti di quel dannato numero “85”.

Come la volta precedente, ti chiudi in camera. Ti spogli con lentezza e per un attimo un ghigno di soddisfazione appare sul tuo viso.
Lei è sempre là. Ti aspetta. Questa volta però non hai timore, perché senti la vittoria in pugno.
Con un piede accendi la bilancia e ci monti sopra.
Un urlo esce d’istinto dalla tua gola. Ma non è un urlo di gioia.
Non è possibile!
Scendi dalla bilancia e ci rimonti sopra.
La spegni e la riaccendi.
Niente da fare.
Il numero è sempre quello: “85”.
Ti siedi distrutto sul bordo del letto.
Ti rivesti e apri la porta della camera.
Sei troppo teso da non ricordare che tua moglie sta preparando la cena.
Abbacchio al forno con patate.
Le narici captano l’aroma e tu barcolli. Ti siedi.
Oh, c’hai una faccia!
Non ti va di rispondere a tua moglie.
Ah, sai che volevo dirti?
Che razza di domanda.
Lo sai che mi sono accorta che la bilancia non funzionava bene?
Lì per lì non cogli subito il senso della frase. Poi senti suonare un campanellino.
Scusa, puoi ripetere per favore perché non ho capito bene.
Sì, aveva le pile scariche e quindi misurava male il peso.
Non ti sembra vero. Chiudi gli occhi e provi a recuperare le speranze che avevi perso.
Beh sì in effetti mi era sembrato eccessivo il peso che mi dava.
Lei ti guarda sorridendo.
No, forse non hai capito. Non sbagliava in eccesso, ma in difetto. Pensa che ti toglieva due chili. Hai capito che faceva la fetente?
Rimani per un attimo immobile, poi ti giri dall’altra parte.
I tuoi occhi sono inumiditi di calde lacrime.




IL CANTO DI MIRANDA
Racconto "agro-lirico" e, sullo sfondo, la bellissima Turandot di Puccini. Racconto dedicato a un grande tenore: Domenico Taverna, mio padre.


SABATO NOTTE
 
“Dannato gallo, mai che cantasse quando dovrebbe!”
Miranda diede un’occhiata alla radio-sveglia.
“Tre e mezza! Diavolo di un gallo. Tanto prima o poi troverò un cliente mi chiederà un bel gallo arrosto”, disse con la sua voce afona.
Si rigirò nel letto e provò a riaddormentarsi. Il pennuto però non ne voleva sapere di azzittirsi e continuò a esibirsi con piccole pause, magari per riprendere fiato o forse per illudere chi sperava che l’esibizione fosse finita.
Miranda considerò che gli ospiti di quel periodo vivevano in città e magari avrebbero accettato di buon grado il canto del gallo come un'espressione della vita di campagna.
Ormai il sonno le era passato. Si alzò e si diresse nello studio sedendosi davanti al computer. Il giorno prima era stata molto occupata a ricevere i nuovi ospiti e non aveva avuto il tempo di controllare la posta elettronica.
Aprì il programma delle e-mail e come al solito entrò subito nel profilo dell’azienda scaricando diversi messaggi. Con insofferenza cancellò i messaggi pubblicitari e gli spam; spostò in una cartella i messaggi delle agenzie e dell’associazione delle aziende d’agriturismo. Lasciò invece in evidenza quelli che sembravano inviati da potenziali clienti diretti. Non le era mai piaciuto lavorare con le agenzie, perché non le permetteva quel contatto diretto con chi avrebbe ospitato nella sua proprietà. Invece, nei periodi di bassa stagione, quando le richieste dirette scarseggiavano, accettava le prenotazioni tramite agenzie e poteva contare così su una presenza costante di clienti, soprattutto stranieri.
Decise di rinviare al pomeriggio le eventuali risposte e cambiò profilo per aprire la sua casella di posta privata.
Se nella casella dell’azienda riceveva regolarmente decine di messaggi al giorno, in quella privata poteva contare solo su qualche messaggio di un paio di vecchie amiche, con le quali condivideva la passione dei viaggi, della buona tavola e dell’opera lirica, nonché l’essere delle single integraliste.
Scaricò la posta e aprì l’unico messaggio che era arrivato.
Lì per lì, ancora intontita per il sonno interrotto, non riuscì a capire da dove provenisse la musica.
L’indirizzo del mittente era sconosciuto, ma ciò che attirò l’attenzione di Miranda fu il testo. Un testo che la riportò indietro nel tempo.
 
Mia dolce principessa, suonando il gong urlo con tutta la mia voce...
Figlio del cielo, io chiedo d'affrontar la prova!
 
Capì allora che la musica faceva da sfondo musicale al messaggio e proveniva dalle casse audio del computer.
Riconobbe il brano musicale. Non poteva non riconoscerlo.
Si accorse però di avere gli occhi pesanti.
Il gallo non cantava più. Miranda sorrise all’idea che qualcuno avesse imbavagliato il gallo canterino.
Spense il computer non prima di aver inoltrato il messaggio alle due amiche.
 
DOMENICA
 
Un sole pallido illuminava la Val di Chiana e sarebbero occorse diverse ore prima che l’umidità notturna si lasciasse scaldare dal sole di maggio.
La Locanda del Canto era un piccolo agriturismo di proprietà della famiglia di Miranda e si trovava al centro della Val di Chiana.
Gli ospiti potevano contare su una struttura semplice, ma pulita e accogliente. La vecchia stalla era stata ristrutturata e divisa in due mini appartamenti, mentre invece la vecchia casa colonica era stata anch’essa ristrutturata ricavandone nel pianterreno sei stanze tutte dotate di servizi autonomi. Il primo e il secondo piano era invece riservato ai proprietari e al personale dell’azienda.
L’ospitalità nell’agriturismo era comprensiva della prima colazione e della cena: erano serviti in un ampio salone arredato da vecchi tavoloni e da panche in legno di noce e da sedie di paglia.
Miranda stessa, aiutata da una cugina, si occupava della cucina utilizzando prevalentemente i prodotti dell'azienda.
Erano da poco passate le due di pomeriggio e Miranda stava ultimando la preparazione delle crostate alle visciole che avrebbe servito come dessert per cena.
Il telefonino le vibrò nella tasca del grembiule.
“Miranda? Che stai facendo di bello?”
“Crostata alle visciole, Gina. Ed è fantastica.”
“Già, fantastica per la mia dieta... ho una fame che mi mangerei una pasticceria intera!”
“Ok, non parliamo di cibo. Hai ricevuto il mio messaggio?”
“È per questo che ti sto chiamando. Mica ho capito di che si tratta.”
“Gina, vuoi dire che tu non ne sai nulla?”
“Sapere cosa?”
Miranda si mise a sedere su di una sedia e si fece seria.
“Non so... stanotte ho scaricato la posta e mi sono trovata il messaggio che ho inoltrato a te e alla Luisa. Ho pensato che si trattava di uno dei vostri scherzi e quindi ve l’ho rimandato indietro.”
“Scordati che la Luisa abbia ora tempo per leggere i tuoi messaggi. E poi non credo che possa utilizzare la posta elettronica nel suo nuovo scavo in pieno deserto.”
“Già, la talpa.”
“La Luisa è una bravissima archeologa, Miranda, non dovresti parlare così di lei.”
“Sarà, ma per me sempre talpa è. Non solo scava come una talpa, ma è anche cecata come una talpa!”
Le due amiche risero di cuore.
“Dai, Miranda, perché non rispondi come sai?
“Che vuoi dire Gina?”
“Lo sai di cosa parlo. Con quel messaggio qualcuno ha lanciato la sfida e ora tocca a te con i tre enigmi.”
“Gina, ma dai. A 48 anni non ho mica tempo da perdere con ‘ste bischerate.”
“Oh, fai come ti pare. Ora ti lascio. Ci si sente bella!”
“Ciao Gina.”
Già, pensò Miranda, i tre enigmi. Ma a cosa sto pensare!
Intenta com’era nel ripensare al messaggio e nel preparare le crostate alle visciole, non si accorse del movimento dietro alle sue spalle.
“Buon pomeriggio Miranda.”
La voce dell’uomo la fece trasalire.
“Giacomo! Oh santo cielo, mi ha fatto venire un colpo!”
“Mi dispiace Miranda, sono sconcertato, non volevo, mi creda.”
Miranda sorrise. Si schiarì la voce provando a parlare meno afona.
“Non si preoccupi, Giacomo, lei qui è sempre il benvenuto, lo sa.”
Giacomo si avvicinò.
“Se mi permette, sarei felice se accettasse questo mio piccolo dono.”
La rosa era bellissima, Miranda ne rimase estasiata.
“Giacomo, ma è stupenda! Non doveva!”
“No, Miranda, non è la rosa a essere stupenda, ma è lei.”
Miranda sospirò.
“Giacomo, Giacomo... lei è sempre così galante”, e avvicinandosi gli diede un bacio sulla guancia.
“No, Miranda – rispose Giacomo sorridendo – non sono galante, sono solo innamorato.”
Miranda prese un vaso per la rosa.
“Giacomo, ne abbiamo già parlato, perché rovinare questa nostra bellissima amicizia? Ma ne vale proprio la pena soffrire così?”
“Ma io non ne soffro, anzi.”
Miranda sorrise. Giacomo le era molto caro, e le sue premure e attenzioni più di una volta l’avevano messa in crisi.
L'uomo aveva una vasta proprietà che confinava con l’azienda di Miranda ed era conosciuto per i suoi modi eleganti come la villa dove abitava da solo. Vedovo da tre anni, senza figli, aveva tre passioni: il vino, che produceva in proprio, il magnifico roseto, che era stato realizzato dalla moglie, e Miranda.
Sessanta anni portati benissimo, alto con un fisico asciutto e atletico, capelli chiari, era considerato uno degli uomini più attraenti della zona.
Era l’ultimo discendente di un antico casato nobile, ma per Miranda era l’ultimo gentiluomo, tanto era garbato, fine, ma soprattutto scrupoloso nei suoi confronti.
“La lascio, se Athena non mi vede tornare potrebbe ingelosirsi.”
Giacomo si riferiva al cavallo con cui era arrivato, un magnifico puro sangue femmina.
“Non si affezioni troppo ad Athena perché poi potrei essere io a ingelosirmi.”
“Magari fosse, Miranda, magari fosse”, rispose ridendo Giacomo allontanandosi dalla cucina.
Miranda rimase estasiata dalla bellezza della rosa che aveva davanti ai suoi occhi e, senza volerlo, il suo pensiero volò su di un’immagine, lei abbracciata a Giacomo. Un’immagine che avrebbe estasiato l’uomo, ma che a lei poneva molti dubbi. Era solo una fantasia, perché in realtà tra i due l’unico contatto fisico era stato solo qualche stretta di mano e qualche innocente bacio sulla guancia.
Certo, pensò, da Giacomo potrei ricevere quelle attenzioni e premure che molte donne sognano. E poi con la sua proprietà unita alla mia sarebbe perfetto. Perfetto, tranne per un particolare. Già, il maledetto particolare che mi ha portato a essere a 48 anni una single.
“Ma va bene anche così!”, disse a voce alta cercando di non pensare alla punta di nostalgia che sentiva dentro.
La cena della sera prevedeva dei crostini con paté di fegato, ribollita e grigliata mista di carne della Val di Chiana.
La cugina aveva già preparato la fantastica zuppa toscana. Per evitare che l’odore del cavolo nero si diffondesse per i locali, la ribollita veniva preparata la mattina, facendo poi arieggiare la cucina e la sala da pranzo. Così la tipica zuppa toscana poteva riposare per essere poi gustata sopra i crostoni di pane bruscato.
Come al solito, Miranda curò di persona la preparazione dei piatti di portata, affidando all’aiuto cuoco, un ragazzone cresciuto troppo in fretta, la preparazione della grigliata nel grande camino che dominava in cucina.
Dopo cena, come era consuetudine, girava per i tavoli fermandosi a parlare con gli ospiti, mentre nel salone venivano diffuse alcune famose arie di opera lirica. Miranda era inesauribile e il suo modo, i suoi movimenti affascinavano i presenti, soprattutto quelli di sesso maschile.
Alta, prosperosa, rossa di capelli, il viso addolcito da alcune grinze che comunque non tradivano la sua età, affascinava soprattutto per il suo sorriso e per i suoi occhi, un misto di malizia e di dolcezza molto seducente.
Solo quando gli ospiti si allontanarono, Miranda sentì il peso della stanchezza e il desiderio di una doccia prima di infilarsi nel letto per una sana dormita.
Vide che in cucina non c’era altro da fare e si ritirò nel suo appartamento del secondo piano portandosi con sé il vaso con la rosa di Giacomo.
Alle 3:30, puntuale come la notte precedente, il gallo volle offrire un’altra delle sue esibizioni canore fuori orario.
Miranda si coprì le orecchie con il cuscino, ma fu inutile. Il canto del gallo le entrava in testa con quella sua cadenza ritmica che dava ai nervi.
“Lo ammazzo quel pennuto, lo giuro!”
Si alzò infuriata. Ormai il sonno le era passato e come la notte precedente si recò nello studio e accese il computer.
Le venne in mente lo strano messaggio che aveva ricevuto. Aprì il programma e provò a scaricare la posta.
Arrivarono due messaggi, uno era di Gina che la invitava a rispondere al messaggio con i tre enigmi. L’altro era una copia esatta del messaggio ricevuto la notte prima, stesso testo e stessa musica di fondo.
Il mittente del messaggio era sconosciuto, pensò però che non poteva essere un caso che le arrivassero dei messaggi con testi e musica tratti dalla sua opera lirica preferita.
No, non può essere un caso, pensò Miranda, chiunque tu sia, stai cercando proprio me.
Cliccò su Rispondi.
 
O Principi,
che a lunghe carovane
d’ogni parte del mondo
qui venite a gettar la vostra sorte,
io vendico su voi
quella purezza, quel grido
e quella morte!
Mai nessun m’avrà!
L’orror di chi l’uccise
vivo nel cor mi sta!
No, no! Mai nessun m’avrà!
Ah, rinasce in me l’orgoglio
di tanta purità!
Straniero! non tentar la fortuna!
Gli enigmi sono tre,
la morte è una!
 
Scrisse di getto sicura di ricordarsi il versetto.
Mentre cliccava su Invia/Ricevi con la mente tornò indietro nel tempo, nel periodo dell’Accademia di Canto e delle rappresentazioni della sua opera preferita, richiamati ora da questi messaggi: La Turandot di Giacomo Puccini.
Quanta ansia prima di ogni rappresentazione, quanta emozione, quanta fatica. Le prove interminabili, i pomeriggi e le serate passate sul palco a provare. L’emozione della prima, gli applausi e i fiori. Le promesse di contratto, l’eccitazione delle tournée.
E poi la terribile sentenza. Il raschiamento a 28 anni delle corde vocali. Non parlare per diversi mesi, ma quel che peggio, non poter più cantare. Addio voce, addio lirica.
Gli occhi le si velarono.
“Ma che sto facendo? Ormai è acqua passata, vecchia mia. E poi con questa voce rauca sei più affascinante. Te lo dicono tutti!”
Cliccò di nuovo su Invia/Ricevi e stupita si accorse che le stava arrivando un nuovo messaggio.
Il mittente era lo stesso sconosciuto che le aveva inviato gli altri due messaggi. La musica di fondo era sempre la stessa. Ma il testo era diverso.
 
No, no! Gli enigmi sono tre,
una è la vita!
 
“Ciao Calaf, anche tu sveglio a quest’ora.”
Guardò l’ora di invio. Quest’ultimo messaggio era stato inviato proprio in quel momento, mentre invece quello precedente aveva come orario di invio le 3:30. Con la curiosità che ormai l’aveva stuzzicata, aprì l’e-mail della notte precedente. Anch’esso era stato inviato alle 3:30. Qualcuno le stava inviando in piena notte dei messaggi impersonando la parte di Calaf, il misterioso principe che nella famosa opera lirica sfida la principessa Turandot innamorandosene.
“Chiunque tu sia ti aspetti che io risponda nuovamente con le parole di Turandot.”
Ci pensò un attimo.
“Vuoi gli enigmi? Eccoti servito!” e con un sorriso di compiacimento iniziò a scrivere.
 
Straniero, ascolta!
“Nella cupa notte
vola un fantasma iridescente.
Sale e dispiega l’ale
sulla nera infinita umanità!
Tutto il mondo l’invoca
e tutto il mondo l’implora!
ma il fantasma sparisce con l’aurora
per rinascere nel cuore!
ed ogni notte nasce
ed ogni giorno muore!”
 
Miranda spedì l’e-mail.
Si accorse che il gallo non cantava più. Che strana coincidenza, pensò, i primi messaggi sono stati inviati alle 3:30 e proprio a quell’ora il gallo l'aveva svegliata con le sue esibizioni canore.
Si accorse anche di avere gli occhi pesanti. Questo gioco le stava rubando del tempo prezioso per il suo riposo. Ma chi se ne frega sono sempre la proprietaria qui e posso alzarmi quando mi pare!
Cliccò nuovamente su Invia/Ricevi e come aveva auspicato le arrivò un nuovo messaggio.
Aprendolo, era sicura delle strofe che avrebbe letto.
 
Sì! Rinasce!
Rinasce e in esultanza
mi porta via con sé, Turandot:
la Speranza.
 
“Bravo Calaf. La Speranza.”
Cliccò su Rispondi.
 
Sì! La speranza che delude sempre!
“Guizza al pari di fiamma,
e non è fiamma!
È talvolta delirio!
È febbre d’impeto e ardore!
L’inerzia lo tramuta in un languore!
Se ti perdi o trapassi,
si raffredda!
Se sogni la conquista, avvampa!
Ha una voce che trepido tu ascolti,
e del tramonto il vivido baglior!”
 
Inviò la risposta.
Cercò di capire chi potesse essere il Calaf delle e-mail.
Giacomo, forse: lui sa quanto amo la lirica e cosa ho passato con la mia voce. Potrebbe essere il suo modo per corteggiarmi. Ma non è il tipo da usare l’e-mail e soprattutto non credo che sappia creare dei messaggi anonimi.
Cliccò su Invia/Ricevi e arrivò un nuovo messaggio.
 
Sì, Principessa!
Avvampa e insieme langue,
se tu mi guardi,
nelle vene:
il Sangue!
 
“Ovviamente. Il Sangue.”
Cliccò su Rispondi e scrisse il terzo e ultimo enigma.
 
“Gelo che ti dà foco
e dal tuo foco più gelo prende!
Candida ed oscura!
Se libero ti vuol,
ti fa più servo!
Se per servo t’accetta,
ti fa Re!”
Su, straniero!
Ti sbianca la paura!
E ti senti perduto!
Su, straniero, il gelo
che da foco, che cos’è?
Inviò il messaggio. 

Aprì il piccolo frigo che teneva sempre ben fornito e si versò un bicchiere di succo di ananas.
Cliccò su Invia/Ricevi e arrivò il versetto che si aspettava.
 
La mia vittoria ormai
t’ha data a me!
Il mio fuoco ti sgela:
Turandot!
 
Ma arrivò anche un altro messaggio.
 
Tre enigmi m’hai proposto!
e tre ne sciolsi!
Uno soltanto a te
ne proporrò:
Il mio nome non sai!
Dimmi il mio nome
dimmi il mio nome,
prima dell’alba!
E all’alba morirò!
 
Miranda sentì un brivido percorrerle lungo la schiena.
Se svelo il tuo nome prima dell’alba tu dovrai morire, così è nell’opera di Puccini, altrimenti io ti dovrò sposare.
Si morse il labbro.
“Ma chi sei. Si può sapere che vuoi da me?!” cercò di urlare forte con la sua voce afona.
Guardò l’orologio. Erano le 4:30, ancora un’ora e avrebbe albeggiato.
No, è uno scherzo e io sono così bischera perché sto a questo gioco!
Senza accorgersi cliccò su Invia/Ricevi: il nuovo messaggio impiegò diversi secondi per scaricarsi, segno della presenza di un allegato pesante. Si trattava di un file audio MP3.
Aprì il file e quello che udì le fece accapponare la pelle.
 
Nessun dorma!
Nessun dorma...
Tu pure, o Principessa,
nella tua fredda stanza
guardi le stelle che tremano
d’amore e di speranza!
Ma il mio mistero è chiuso in me,
il nome mio nessun saprà!
No, no, sulla tua bocca lo dirò
quando la luce splenderà!
Ed il mio bacio scioglierà il silenzio
che ti fa mia!
Dilegua, o notte!...
tramontate, stelle!
All’alba vincerò!
Vincerò! Vincerò!
 
Ma non furono le parole del famoso pezzo de La Turandot a darle i brividi, quanto la voce del tenore. Una voce inconfondibile. Una voce che la riportò ai tempi dell’Accademia di Canto. Una voce che le fece battere il cuore all’impazzata.
Miranda riconobbe il Calaf che le stava scrivendo, ma capì anche che stava vivendo un gioco nel quale non avrebbe mai voluto entrarci. Perché si trattava di un gioco scorretto che ora aveva scatenato vecchi e dolorosi ricordi, da anni rinchiusi nelle segrete della sua memoria e del suo cuore.
Si ritrovò con la fantasia a rivivere le scene conclusive dell’atto terzo de La Turandot.
 
La folla si allontana e per la prima volta Calaf e Turandot rimangono da soli. Calaf è ancora convinto di poter conquistare la bella principessa e con impeto si getta verso di lei baciandola.
Inizia così il crollo finale della crudele principessa che scopre per la prima volta emozioni tanto forti e incontrollabili. Calaf comprende di aver finalmente sgelato il freddo cuore della rivale e poco prima dell’alba sussurra il proprio nome, consegnando il proprio destino nelle mani di Turandot.
L’alba è ormai giunta e la principessa conosce il nome dello straniero. Accompagnata dal padre e dai dignitari di corte Turandot si presenta al popolo dichiarando di conoscere il nome del principe ignoto. Tutti attendono la rivelazione e tra lo stupore del popolo la principessa dichiara a tutti il nome bramato: Amore.
Il dolore e la tragedia sono finalmente alle spalle e l’opera si chiude con un coro di giubilo.
 
E come nell’opera, il Calaf dei messaggi aveva svelato la sua identità inviando il file audio.
Miranda si alzò e guardò fuori dalla finestra.
Un leggero chiarore all’orizzonte preannunciava l’approssimarsi dell’alba.
Con la mente ritornò indietro nel tempo, durante le prove della sua prima uscita in scena proprio con La Turandot.
La parte di Calaf era stata data a un giovane tenore francese, Emil, che si era distinto più per la bravura in scena che per la potenza della voce tenorile.
Fu un amore travolgente: durante le prove approfittavano delle pause per chiudersi in camerino e fare all’amore, a volte in maniera dolce, a volte in maniera violenta, brutale.
Miranda aveva solo un pensiero, vivere con Emil.
Era riuscita a convincere anche la sua famiglia e aspettava la conclusione della tournée estiva per trasferirsi a Parigi.
Poi arrivò quel fastidio alla gola e l’abbassamento improvviso della voce.
L’ospedale, l’intervento, la riabilitazione, ma soprattutto Emil non c’era più.
La parte nella tournée fu data a una giovane ragazza di 22 anni, che pensò bene di appropriarsi anche di qualcos'altro.
Miranda si passò la mano sui capelli tirandoli all’indietro. L’alba era arrivata e si prevedeva una giornata assolata e calda.
Quel periodo passato le aveva lasciato due segni indelebili: la voce afona e la difficoltà a innamorarsi con quella stessa emozione, quell’intensità che aveva conosciuto con Emil. Si trattava di quel maledetto particolare che per lei era la causa della sua condizione di single.
Era la voce di Emil, quella che cantava nel file MP3, non poteva non riconoscerla. Era lui l’autore sconosciuto dei messaggi, il Calaf che le aveva inviato le e-mail.
Emil era scomparso all’improvviso e di lui aveva perso le tracce. A suo tempo aveva saputo che aveva avuto problemi con la droga e con l’alcool e aveva abbandonato la lirica, ritornando a Parigi.
E ora, Emil era tornato.
Chissà com’è ora, pensò Miranda. Provò a immaginarselo, ma per quanti sforzi facesse, era un’immagine che non veniva a fuoco. Rimaneva indistinta. Come indefinita era la sua emozione.
Si avvicinò al computer e riaprì il file audio.
Riascoltò il brano.
E per una strana coincidenza mentre ascoltava il famoso brano de La Turandot, gli occhi si posero sulla rosa di Giacomo. Gli occhi le si velarono nuovamente e questa volta non provò a trattenersi.
Il pianto arrivò silenzioso e sempre in silenzio se ne andò, lasciandole le guance rigate da grosse lacrime.
Solo allora si accorse della risposta che stava scrivendo sul computer. Era composto da una sola parola, ma che per Miranda significava molto.
Chiuse gli occhi.
“Che notte ho passato”, disse a voce alta.
Stranamente non si sentiva stanca. Anzi sentiva dentro di sé un’energia inspiegabile.
Guardò l’orologio.
Alzò il ricevitore del telefono e compose un numero che la sua memoria di istinto le fece balenare nella mente.
“Ciao.”
Dall’altra parte del filo Giacomo non ebbe bisogno di altre parole per capire.
“Buon giorno Miranda. È bello sentirti di prima mattina.”
“Dormivi?”
“Da quando sono solo, dormo pochissimo.”
“Giacomo, vienimi a prendere. Non voglio più dormire da sola.”
“Ti avverto che io russo un pochino.”
“E io che ho i piedi sempre freddi.”
“Uno pari. Come inizio non è male. Arrivo come un lampo, amore mio.”
Miranda riattaccò il telefono.
Si avvicinò al computer e si accorse che il messaggio di risposta era aperto e non l’aveva ancora spedito.
Con un sorriso malizioso cliccò su Invia e spedì il messaggio a Emil composto di una sola parola: Fottiti!
Spegnendo il computer ebbe la certezza che il gallo non avrebbe più cantato in piena notte.




LA RICERCA
Racconto natalizio.


Già, forse è proprio vero che a noi Angeli tocca sempre il lavoro più duro...

Ma a chi interessa d'altronde? Laggiù sono tutti occupati a cercare di sopraffarsi l'uno con l'altro, e quassù sono tutti occupati a cercare di consolare chi è rimasto sopraffatto da quelli laggiù. E per non parlare di quegli altri, i cornuti malefici per intenderci, che come gli giri le spalle... zac!

Ora, state a sentire, il Principale mi dice vai giù perché sta nascendo mio Figlio e devi annunciare al mondo che è nato!

Ok! Vado. Non vi nascondo però anche una certa emozione. Dovete sapere che quassù in questi nove mesi ci siamo tutti preparati: c'è chi ha fatto con le nuvole dei golfini all'uncinetto, c'è chi invece ha ricamato con i capelli d'angelo delle lenzuola, c'è perfino chi ha raccolto i sogni più belli rinchiudendoli in un cofanetto d'oro!

Bah, sono sempre stato un vecchio sentimentale… Ok, non trascuriamo il lavoro, corro giù.

E mentre sto per toccare terra, mi ricordo con terrore che non ho chiesto al Principale dove nascerà il Pargol Divin. Va bene, mi dico, dove vuoi che nasca il Figlio di Dio?

E così mi reco nel regno più ricco e più prospero della Terra, dove regna il re più ricco e più prospero, nel castello più bello, più ricco e più prospero della Terra.

Volo veloce per tutto il regno e poi anche nel castello stesso, ma sento solo silenzio e un profondo vuoto.

Gli sguardi delle persone sono spenti e il re stesso non fa altro che guardare il cielo come se fosse in attesa di qualcosa.

Chiedo se sanno di un bambino che è nato, ma ricevo solo insulti e sberleffi.

Allora, parto di nuovo e questa volta arrivo nel regno più sapiente e colto della Terra, dove regna il re più istruito e più dotto, nel castello più ricco di libri che si sia mai visto sulla Terra.

Volo veloce per tutto il regno e poi anche nel castello stesso, ma sento solo silenzio e un profondo vuoto.

Gli sguardi delle persone sono spenti e il re stesso non fa altro che guardare il cielo come se fosse in attesa di qualcosa.

Chiedo se sanno di un bambino che è nato, ma ricevo solo insulti e sberleffi.

Allora, prendo il volo e questa volta arrivo nel regno più povero e più malato della Terra, dove regna solo la fame e la sofferenza.

Le case sono spoglie e in rovina, ma con mia meraviglia mi accorgo che gli sguardi delle persone sono vivi e accoglienti.

Volo veloce e sento musiche di festa e risate gioiose.

Allora chiedo se sanno di un bambino che è nato e loro mi indicano con un dolce sorriso una stalla maleodorante.

Mi avvicino e i miei occhi non riescono a trattenere l’emozione.

D’altronde l’avevo detto: sono un vecchio sentimentale!




DUE PER LA STRADA
Racconto ispirato alla tragedia del massacro nella scuola di Beslan del 3 settembre del 2004.



“Non ho paura della cattiveria dei malvagi, temo il silenzio degli onesti" (M.L. King).
 
La striscia di asfalto tagliava in due la piana desolata e proseguiva verso ovest, senza interruzioni, seguendo le depressioni del terreno.
Percorrerla alle tre di pomeriggio in piena estate non era davvero piacevole, soprattutto se l’auto non era dotata di un buon condizionatore.
L’uomo vestito di nero di certo non se ne preoccupava.
La sua Alfa Spider GTV blu cobalto era dotata di un confort eccezionale, che permetteva di rimanere seduti in auto in giacca e cravatta senza alcun disagio.
Lo stereo diffondeva ad alto volume il Tannhäuser di Richard Wagner e cupi pensieri affliggevano l’uomo.
Guardava fisso la strada tendendo stretto il volante tra le mani e non si accorse del motociclista che stava arrivando da dietro a velocità elevata.
Poco più avanti, sulla destra, un piazzale con una stazione di servizio e di ristoro si allargava estendendosi per un centinaio di metri.
All’improvviso il motociclista superò in velocità l’Alfa Spider sulla sinistra, tagliandogli di netto la strada e piegandosi tutto a destra per imboccare, radente al terreno, il piazzale della stazione di servizio.
L’uomo nell’auto imprecò e frenò d’istinto con violenza per evitare di travolgere la moto.
L’Alfa si rigirò su se stessa in un testa coda interminabile, fermandosi infine oltre l’imbocco del piazzale.
L’uomo uscì furioso dall’auto e si diresse con passo deciso verso il motociclista fermo davanti l’entrata della toilette.
“Ehi tu, ma lo sai che sei proprio stronzo?”.
Il motociclista, seduto sulla moto e con il casco ancora in testa, si girò verso l’uomo.
Si fissarono per un attimo attraverso gli occhiali scuri che entrambi indossavano.
Il motociclista scese dalla sua Harley Davidson 883R rossa, si sfilò il casco liberando i lunghi capelli brizzolati e, incurante della presenza dell’altro, si diresse lesto all’interno di una toilette che senz’altro aveva visto tempi migliori.
Davanti all’orinatoio sporco, il motociclista non indugiò a emettere un mugolio di piacere mentre la sua vescica si svuotava in un getto che sembrava non finire mai.
“Questo, ragazzo, è uno dei piaceri unici di questa sporca vita. Chi non l’ha mai provato non può dire di aver vissuto!”.
Il motociclista, pur girato di spalle, sapeva che l’uomo elegante gli stava dietro pronto per affrontarlo.
E infatti non appena si girò fece in tempo a vedere il pugno che si avvicinava al suo naso.
Con un movimento rapido alzò la mano destra e bloccò il pugno a mezz’aria, contorcendo il polso in maniera da costringere l’uomo a girarsi su se stesso.
Lo spinse poi verso il muro facendogli cadere gli occhiali scuri.
Solo allora si accorse dei suoi occhi.
“Ma tu guarda chi cazzo devo incontrare in questo posto di merda” disse irritato il motociclista togliendosi i propri occhiali scuri.
L’altro con meraviglia lo riconobbe e si avvicinò con un ghigno stampato sul viso.
“Se sapevo che eri tu non avrei assolutamente frenato!” rispose quasi sussurrando.
Il motociclista si aggiustò i propri jeans e si diresse verso l’uscita della toilette.
“Be’, tanto vale a questo punto rinfrescarci la gola. Vieni, che ti offro una birra gelata”.
L’uomo elegante parve interdetto.
“Dai su non fare il fiscale, chi vuoi che ci riconosca in questo posto sperduto!?”.
L’uomo elegante raccolse i suoi occhiali e uscì all’aria aperta respirando a pieni polmoni. Il tanfo della toilette aveva impregnato le sue narici e ci vollero diversi secondi prima di riuscire a liberarsi di quel puzzo orrendo.
Il motociclista entrò nel bar, che di certo non aveva nulla da invidiare alla toilette, e prese posto a un tavolino isolato.
L’altro lo seguì guardando con circospezione i pochi avventori presenti.
“Ehi, ragazzo, ma di cosa hai paura? – il motociclista prese a sghignazzare – O forse pensi che non sia etico che uno come me e uno come te possano bere una cosa insieme?”.
L’uomo elegante prese posto al tavolo.
Una cameriera, che forse giovane non era mai stata, prese con calma l’ordinazione, non senza meravigliarsi della strana coppia che aveva davanti.
L’uomo vestito di nero era un bel giovane con i capelli neri lisci. Era un tipo alto, pulito e indossava un completo molto elegante.
L’altro era un uomo rugoso di mezza età, più basso dell’altro, con la barba incolta e vestito solo con un giubbotto di pelle, un maglietta sporca e un paio di jeans trasandati. I suoi capelli brizzolati erano lunghi e disordinati.
I due sorseggiarono la birra in silenzio, dandosi reciprocamente, di tanto in tanto, degli sguardi sottecchi.
In un angolo del bar qualcuno accese una televisione con il volume alto. Le immagini trasmesse del massacro nella scuola di Beslan catturarono subito l’attenzione dei presenti.
Continuando a sorseggiare la birra, i due uomini sembravano indifferenti da quanto la televisione trasmetteva.
Bastò però uno sguardo reciproco per intuire il disagio che l’altro provava.
“Bel capolavoro che avete fatto! Complimenti davvero. Avete superato voi stessi”, disse il motociclista con una smorfia in viso.
“Ma non dire sciocchezze – rispose l’uomo elegante – non aprire la bocca se non sai come stanno le cose”.
“Perché, cosa c’è da sapere? Guarda, guarda quei bambini massacrati nella loro scuola. E tu pretendi che non ce l’abbia con te e i tuoi compari?”.
L’uomo elegante posò il boccale di birra.
Fissò con durezza il motociclista e scandendo lentamente le parole disse:
“Noi non c’entriamo niente!”.
Una risata fragorosa fece girare di scatto gli avventori del bar verso di loro.
“Ma non sparare cazzate! E non spararle proprio a me! Ricordati sempre chi sono io!”.
“Io dico cazzate? E allora dimmi angioletto senza ali, mentre succedeva tutto quel casino tu dove cazzo stavi?”.
Il motociclista divenne serio, accusando il colpo.
“Bingo! Ti ho pizzicato stronzetto! E dimmi ancora, faccia di merda, perché tu e gli altri tuoi compari non avete protetto quelle piccole anime?”.
Il motociclista sputò per terra, guardò fisso l’uomo elegante cercando di percepire i suoi pensieri.
“Come fai a dire che voi non c’eravate. Solo chi viene dall’inferno può fare una cosa simile”, disse il motociclista fissando il fondo del suo boccale di birra.
L’uomo elegante sorrise.
“Quanto sei ingenuo. Ma dove vivi? Ma davvero pensi che ci sia ancora spazio per noi? Sì, non mi guardare in quel modo, ho detto per noi, per quelli come me e quelli come te”.
Il motociclista prese da una tasca del giubbotto una presa di tabacco e con una cartina si preparò rapidamente una sigaretta. L’accese e aspirò chiudendo gli occhi e godendosi la boccata di fumo.
“Tu mi chiedi dove eravamo noi, dove ero io. Ma che ne sai di quello che proviamo noi, di quello che provo io quando assistiamo impotenti a scene del genere”.
“Impotenti? E perché mai? Ah già, scusami! Mi ero dimenticato il libero arbitrio. Che grande presa per il culo!”.
“No, ti sbagli non è una presa per il culo. Ma d’altronde che ne sai tu della fiducia e dell’amore...”.
La risata dell’uomo elegante lo interruppe e fece girare di nuovo gli avventori verso di loro.
“E questi sono i risultati della vostra fiducia e amore! Ma che bravi che siete, complimenti a voi!”.
Il motociclista ordinò un'altra birra.
Qualcuno spense la televisione.
Il motociclista guardò serio l’uomo elegante.
“Quando dici che voi non c’entrate, non stai dicendo cazzate?”.
“No, stronzetto, non dico cazzate. Davvero noi non c’entriamo niente”.
“Ma se non c’entrate niente, allora chi è stato?” chiese il motociclista strizzando gli occhi.
L’altro non rispose: finì la sua birra e si alzò.
“Dove vai ora?” chiese il motociclista.
“Non lo so. Di certo so che voglio per un po’ stare il più lontano possibile dagli uomini. Se ti dicessi che mi hanno disgustato, ci crederesti?”.
Il motociclista rise amaro.
“E tu stronzetto, invece che farai ora?” chiese l’uomo elegante.
Il motociclista bevve tutto di un fiato la sua birra e si asciugò la bocca con la manica del giubbotto.
“Torno indietro. Sì, anch’io ero disgustato, ma lì c’è del lavoro per me”.
La striscia di asfalto tagliava in due la piana desolata e proseguiva verso ovest, senza interruzioni, seguendo le depressioni del terreno.
L’Alfa Spider partì sgommando riprendendo la direzione che già seguiva prima.
L’Harley partì invece veloce per la direzione opposta, verso est, lasciando dietro a sé una nuvola bianca di polvere.
 




DIARIO DI VIAGGIO
Diario tragicomico di un viaggio di lavoro.



Ennesimo viaggio di lavoro ad Amsterdam. Mi godo il pensiero di essere una persona importante, un vip, una star system, perché inaspettatamente la mia azienda non mi prenota il solito volo in economy e il solito albergo a tre stelle.
Guardo stupito i biglietti di volo, Business Class con la KLM, e la prenotazione dell’albergo, Grand Hotel di Amsterdam a piazza Dam, davanti al Palazzo Reale, un Hotel a 5 stelle con un nome che ricorda i tempi dello zar: NH Grand Hotel Krasnapolsky.
Arrivo a Fiumicino e già ho il primo impatto di come ci si sente quando uno ha un biglietto di Business Class: sala d'attesa con tutti i confort, poltrone reclinabili, hostess da favola che ti accolgono col sorriso da 75 denti, barman che ti fa l'occhiolino solo perché ha un cocktail libidinoso da farti assaggiare, giornali dove ci sono solo notizie rassicuranti senza alcun cenno a guerre, attentati, rapine, violenze.
Particolare da non trascurare: tutti hanno un telefonino attaccato all'orecchio, o meglio, con auricolare bluetooth, e tutti discutono di affari, borsa dei titoli che cala, meeting strategici, appuntamenti a New York o Sidney.
Anch'io mi metto il telefonino all'orecchio per non essere da meno, senza però auricolare bluetooth perché il mio cellulare già è tanto se funziona come semplice telefono. Solo che la mia conversazione telefonica, più che sull'andamento del Portafoglio Titoli della Borsa, verte sull'andamento del portafoglio della famiglia e sull'ennesima discussione con mia moglie per chi deve andare a prendere i bambini a scuola.
Altra prerogativa di chi ha un biglietto di Business Class è l'eliminazione di tutte le file: avete presente quando tutti sono in fila con bagagli, bambini urlanti, suocere svenute, e si vedono passare davanti i privilegiati che parlano da soli con il bluetooth all’orecchio!?
Supero anch’io la fila chilometrica e non ho il coraggio di guardare negli occhi le persone in fila.
Una volta in aereo, incrocio invece lo sguardo di una fata, una bionda mozzafiato con un sorriso che ti imbambola.
Mi accomodo al mio posto, comodo, largo, mentre invece quelli dell'Economy hanno i posti da puffo e qualche volta neppure quelli.
Con un po' di disappunto, da Business Class, mi accorgo che la fata è dedicata alla zona dell'Economy, mentre invece in Business c'è una specie di donna cannone che quando cammina provoca delle vibrazioni che costringono il pilota a correggere la rotta.
C'è anche un assistente di volo maschio, che di maschio forse ha solo un accenno di barbetta, perché per il resto è tutt'altro. Per mia fortuna è lui a doversi occupare di me e non la donna cannone, visti gli sguardi atterriti dei passeggeri a cui la solerte cicciona propone, anzi, impone, le consumazioni.
Roma Amsterdam sono circa 2 ore e mezza di volo, durante le quali la differenza di biglietto è significativa: in Economy aspetti con ansia che passi qualcuno a offrirti la consumazione, di solito un bicchiere di qualche bevanda, un panino al formaggio olandese dal colore sospetto e un caffè o un thé le cui origini a nessuno è dato di saperlo.
In Business invece inizi con un drink in bicchieri di vetro, poi ti dedichi a un lunch o una dinner in stile grand restaurant, poi ancora altri drink e, dulcis in fundo, anche il gelato! Il bello è che ogni volta sei chiamato per nome come se fossi un vecchio cliente. Alla fine arrivi ad Amsterdam con la pancia piena e praticamente ubriaco.
Ma il destino è sempre in agguato.
Arrivo al Grand Hotel e già mi pregusto l'accoglienza da svariate centinaia di euro a notte in una stanza da sogno.
Dopo un inizio illusorio per il commesso che con solerzia mi porta il bagaglio e mi accompagna in camera, arriva la prima delusione: la stanza è una specie di buco ricavato da un ballatoio sovrastante la hall dell'albergo.
Mi siedo pensieroso sul letto e mi ritrovo quasi a terra perché il materasso e la rete sono come se non esistessero. Vado a lamentarmi per la stanza e per il letto too soft, ma non mi si cagano per niente. Dopo varie insistenze, mi offrono una bella tavola da mettere sotto il materasso (senza aumenti di prezzo, conveniente, no?).
La notte è un incubo, perché dormire sopra la hall di un Grande Hotel è come dormire sopra lo stadio olimpico quando c'è il derby Roma - Lazio.
Il giorno dopo, finito il meeting di lavoro, rientro a Roma sempre in Business Class, e mi pregusto il trattamento del viaggio di andata.
All'aeroporto supero al solito tutte le file, ma all'improvviso vengo bloccato da diversi armadi quattrostagioni che fanno spazio per far passare qualcuno.
Insisto per andare avanti reclamando il mio diritto di avere la fila riservata come Business, ma vengo spinto in mezzo a quelli dell'Economy.
Seppur in olandese, capisco qualche nota di soddisfazione da parte di qualcuno di questa fila.
Finalmente mi fanno passare e quando entro in aereo, capisco il motivo di tanta agitazione: metà Business è occupata da diverse star system donne e dal loro entourage.
Non capisco chi siano le stars system, so che sono tutte stupende e che il viso di una mi dice qualcosa, poi però mi accorgo che quello che osservo non è il viso...
Durante il volo, l'intero equipaggio si dedica esclusivamente alla star system più evidente. Ogni tanto qualcuno del suo entourage canta e capisco allora che si deve trattare di una band o qualcosa di simile.
Mi alzo per andare alla toilette, ma anche uno degli armadi quattrostagioni dell'entourage si alza per andare al bagno. Incurante della mole possente che sta prendendo il sopravvento, scarto di lato con una finta alla Cassano e mentre l'armadio pensa di essere arrivato per primo, sbuco non so come davanti a lui ed entro nella toilette.
Penso che al rientro al mio posto avrei potuto vedere bene chi fossero le star system e mentre rifletto su ciò il destino mi fa capire di essere sempre in agguato: il rubinetto del lavabo, da me più volte sollecitato per potermi lavare le mani, decide di offrirmi, compreso nel prezzo da Business, una bella innaffiata nella zona dei pantaloni dove non si dovrebbe mai vedere del bagnato.
Cercando di asciugare con della carta, anziché assorbire, allargo ancor di più la macchia di bagnato.
Intanto qualcuno sta bussando alla porta e già mi immagino l'armadio furente che se la sta facendo sotto.
Esco dalla toilette e provo a camminare in maniera da celare il più possibile la macchia.
L'armadio grugnisce qualcosa ed entra nel bagno. Io procedo sul corridoio e vedo che le star system, che di solito immagino non ti si cagano affatto, in quel momento mi stanno osservando divertite. Poi capisco il perché: data la mia altezza e la mia strana camminata per celare la macchia, sembro o il Gollum del Signore degli Anelli che tiene stretto il "mio tesoro", o Quasimodo in una delle sue migliori interpretazioni ne “Il Gobbo di Notre Dame”.
Arrivato a Roma, e dopo che le star system e il loro entourage si sono volatilizzati, non prima aver dedicato sorrisi a fotografi e persone che chiedevano autografi, qualcuno mi dice finalmente chi sono: Anastacia, con la sua band, e le attrici di Sex and City!
Al rientro a casa, vengo pure assalito dagli improperi di mia figlia perché non avevo riconosciuto Anastacia e perché non le avevo chiesto un autografo.
Da quel giorno a casa mia non si sente altro che Anastacia in "Left outside alone".

 





PESCA NOTTURNA
Racconto ispirato ai drammi del 2001, l'attacco terroristico alle Torri Gemelle e l'inizio della guerra in Afghanistan.


Il mare cominciava a gonfiarsi e il suono armonico dell’acqua marina che accarezzava le pareti della grotta diventò più risonante.
Dalla penombra della grotta, ancor più scura per il calar della sera, si delineò il profilo di una barca con due figure umane, una più grande e una più piccola, intenti a preparare le lenze per la pesca notturna.
“Papà, perché stasera sei così silenzioso?”.
L’uomo alzò la testa e sorrise rivolto al ragazzo.
“Stasera sono triste”.
“E’ perché ti manca mamma?”.
“Forse, ma anche per quello che ho visto”.
“Perché, cosa hai visto?”.
L’uomo sospirò e abbassò la testa per riprendere il lavoro sulle lenze.
“Ho visto ombre scure sulla terra. Ho visto farfalle d’argento danzare nell’aria e improvvisamente abbattersi su due giganti di cemento che cadono con dolore e paura. Ho visto altre farfalle danzare in maniera diversa e colpire crudelmente piccoli rifugi indifesi. Ho visto cuccioli gridare il loro dolore per un boccone che non arriva. Ho visto altri cuccioli cercare di evitare i sassi incandescenti sparati dall’odio dei loro padri. Ho visto occhi piangere per la fatica di un lavoro massacrante. Ho visto occhi piangere per l’umiliazione di un lavoro che non c’è. Ho visto occhi piangere per una guarigione che non arriva. Ho visto occhi piangere per la paura prima dell’esecuzione. Ho visto occhi piangere per una scala da non riuscire a salire con una sedia a rotelle. Ho visto occhi piangere per la solitudine in un ospizio. Ho visto occhi piangere per l’angoscia di non potersi fare un altro buco. Ho visto persone urlarsi con odio per un parcheggio. Ho visto persone con bastoni rompere tutto quello che capita a tiro. Ho visto persone in divisa colpire altre persone del tutto inermi. Ho visto persone combattersi per una partita di calcio. Ho visto gente morire in nome di un dio. Ho visto gente uccidere in nome di un dio. Ho visto gente morire in nome di un colore. Ho visto gente uccidere in nome di un colore. Ho visto donne derubate della loro intimità. Ho visto bambini derubati della loro infanzia. Ho visto madri disperarsi per non riuscire a sfamare i propri figli. Ho visto persone umiliarsi in cambio di pochi soldi”.
L’uomo alzò la testa e osservò il ragazzo. Questi, gli sorrise.
“Papà, non sarà stato un brutto sogno?”.
L’uomo sorrise con tenerezza, prese il remo e cominciò a remare seguendo la scia del riflesso della luna che nel frattempo era sorta all’orizzonte. Il mare era tornato a essere una tela lucente assolutamente liscia. Un silenzio dolce avvolse le due figure, interrotto solo dal movimento dell’acqua attorno alla barca.
Il ragazzo osservava felice la luna e pensava con gioia alla notte di pesca con il padre.
“Papà, è questo il Paradiso?”.
L’uomo smise di remare frenando leggermente la barca.
Prese tra le sue mani quelle del ragazzo e gli sussurrò piano.
“Quando la mamma ci raggiungerà, allora sì che saremo in Paradiso”.
Una lacrima scese dalle guance del ragazzo.
“Quando sarà?”.
Il padre non rispose. Riprese i remi dirigendo la barca verso la luna.
Lentamente, come lento e dolce era il suono del mare, la barca e i due spiriti svanirono, così come erano apparsi, sulla scia della luna riflessa nel mare.





VIDE 'O MARE
L'ansia del derby tra Roma e Lazio vissuta a Capri.


28/04/01 - Roma.

E’ sabato mattina e manca ancora un giorno e mezzo al derby.
Mi guardo allo specchio del bagno e non mi piace quello che vedo.
Oltre a una trepidazione che ritengo normale per un tifoso medio, si unisce uno stato d’animo direi abbastanza complesso nel suo insieme. Una sorta di disagio e di frustrazione che non riesco a nascondere e probabilmente non mi fa apparire al momento molto disponibile al dialogo o comunque ai rapporti relazionali.
Ma, dico io, proprio in questi giorni dobbiamo andare a Capri con tutta la sacrosanta famiglia per festeggiare i 70 anni di mio suocero e i 69 di mia suocera? Che centra festeggiare ora quando i compleanni cadono a metà maggio?
Ripenso a quando mia moglie mi aveva proposto la cosa e io, ingenuamente, le avevo risposto che non c’erano problemi.
Ritengo di avere in genere una buona memoria, anche per la professione di informatico che svolgo, ma evidentemente qualche neurone cerebrale in quel momento aveva eseguito un’operazione non valida ed era stato terminato, in quanto nulla mi aveva fatto sospettare della coincidenza malefica tra le date scelte dai miei suoceri e la data del derby.
Quando qualche giorno dopo il neurone in questione entrò in esecuzione automatica, di improvviso arrivò il dramma.
Di istinto avevo provato a pensare a qualche scusa attendibile per evitare la trasferta caprese, ma il mio animo nobile mi aveva fatto ricordare tutte le sacrosante domeniche di quest’anno passate ad ammirare una magica Roma sempre vincente, costringendo la famiglia spesso a rinunciare alla mia presenza. Unendo anche la trepidazione di mia moglie nel tornare a Capri, l’aspettativa di mia figlia di otto anni nel poter stare tutti insieme per qualche giorno e la gioia di mio figlio di quattro anni per poter finalmente guerreggiare con me, mi ero alfine arreso non senza una punta di rammarico.
Partiamo, e in treno esterno la mia richiesta di non contare su di me la domenica sera, anche se al momento non so proprio come fare per riuscire a vedere la partita.

Napoli

L’arrivo a Napoli Mergellina, il raggiungere il porto di Mergellina a piedi con mio figlio che decide che è ora di farsi conoscere anche dai napoletani, il pensiero se i bagagli spediti via corriere siano arrivati in albergo, mi distraggono dalla trepidazione di cui sopra e mi permettono di recepire sensazioni che ora provo a descrivere.
L’imbarco sull’aliscafo della Snav per Capri richiede di solito una discreta dose di pazienza e di rassegnazione. L’imbarco sull’aliscafo della Snav per Capri in un periodo come quello del ponte del primo maggio, con una famiglia al seguito con tanto di bambini, richiede, oltre alla suddetta pazienza e rassegnazione, una notevole dose di coraggio nonché sprezzo del pericolo.
Arriviamo che il pontile è già affollato e ci mettiamo in fila senza sapere se quella è la fila giusta. Mio suocero intanto fa un’altra fila per acquistare i biglietti. Mio figlio reclama da bere e vuole essere preso da me in braccio. Mia figlia vuole sedersi sull’unica panchina per la quale c’è già un’altra fila da fare. Mia suocera mi incita ad andare avanti cercando di non tener conto della fila. Mia moglie parla con la sorella e non si accorge del mio umore. Mio cognato cerca di rassicurare la figlia di tre anni dicendo che l’aliscafo sta per arrivare e chiede a me conferma (ma perché, ho la faccia da Snav?).
Mi consola un pensiero che si delinea in maniera molto chiara: qui a Napoli, sul pontile della Snav, in attesa dell’aliscafo per Capri, si è realizzato il sogno del socialismo. Siamo tutti uguali!
Qui non c’è distinzione sociale, distinzione economica, differenza di pensiero, differenza nel colore della pelle, differenza nel credo religioso. Niente di tutto questo. Qui, siamo tutti uguali e tutti godiamo in maniera totale dell’attesa, in fila sotto il sole, dell’ambito aliscafo che poi prenderemo tutti insieme, arroccandoci sulla scaletta e prendendoci a spinte per prendere i posti a sedere sulle poltrone. Poltrone che non avranno distinzione di classe e magari saranno anche sporche e forse anche mezze rotte e che dovranno per forza essere utilizzate da tutti. Evviva l’uguaglianza!
Operai, impiegati, casalinghe, dirigenti di impresa, imprenditori, sportivi, artisti, ecclesiastici, politici, disoccupati, inoccupati, tutti, ma proprio tutti facciamo la nostra bella fila sul pontile della Snav in attesa dell’aliscafo per Capri.

Capri

Il sogno socialista, però, si smaterializza una volta arrivati a Capri, anzi a Marina Grande.
Qui si evidenziano subito le differenze di classe: la massa prende la funicolare per salire, altri invece prendono il taxi, ovvero macchine decappottabili, regolarmente autorizzate al servizio ma senza la presenza di un tassametro, che possono portare anche 7 persone. Che vuoi che sia, siamo in vacanza e poi paga papà.
Non è un problema di soldi, è solo quell’imbarazzo nell’essere osservati da tutti quando ci sali sopra e quando poi ci scendi.
Eccoci arrivati nella mitica piazzetta. Capri ha un’unica piazza, forse ha anche un nome, non so, Piazza Roma, Piazza Italia, Piazza del Popolo, ma non credo che qualcuno ormai lo sappia ancora. Il nome per tutti è “la piazzetta”.
Se qualcuno è ancora convinto sul decremento demografico, è bene che venga qui in questo periodo, perché verrà smentito!
Capri, isola di sogno, isola dell’amore, isola dell’esclusività, isola del casino!
Farei un torto a mia moglie se dicessi che non mi piace stare qui, ma è così. Lei qui ci è cresciuta ed è legata anche ai ricordi belli o brutti che siano.
Io ho solo un bel ricordo di Capri: la prima volta che ci venni insieme a lei da fidanzati. Le altre volte non sono state tali da lasciarmi particolari emozioni. Soprattutto con la presenza dei bambini, in quanto se c’è un posto al mondo che non offre nulla ma proprio nulla ai bambini, questo è Capri. Esiste un solo giardino, piccolo e ai limiti della degenza, dove al pomeriggio si concentrano i bambini capresi. Dicono che ad Anacapri ci sono più attrattive, ma vuoi mettere con Capri?
Comunque l’animo nobile emerge cercando di offrire ai bambini un pizzico di interesse in più, ma non è facile.
Arriviamo in albergo e anziché chiedere le chiavi della stanza o se i bagagli sono arrivati, chiedo se lì è possibile vedere il derby. Ovviamente la risposta non poteva che essere la peggiore: abbiamo il decoder rotto!
Si va a pranzo al ristorante dove siamo conosciuti (da Verginiello, ottimo ristorante e ottima pizzeria a prezzi più accessibili rispetto alla media caprese) e lì riesco a calmare la mia frenesia: hanno il decoder funzionante e hanno già organizzato la serata del derby! Il titolare, nel sentire che sono romanista, mi guarda comunque un poco strano: faccio finta di niente, ma rimango perplesso per quello sguardo. Non posso sapere ancora cosa mi aspetterà la domenica sera.

29/04/01 – mattino.

Capri è stupenda, o almeno è così che mi sforzo di vederla. Ma con quel casino di persone in giro, con tutti quei turisti “mordi e fuggi”, non riesco a vedere l’isola per quello che è realmente. Mi stupisco anche di due cose non da poco: la piazzetta, al di là dell’affollamento, è ancor più incasinata per la moda di sostare lì senza muoversi. Se uno è andato a Capri senza sostare almeno per 10 minuti nella piazzetta, non può dire di essere stato a Capri! Inoltre il casino è accentuato dalla presenza dei tavolini dei bar che ormai hanno invaso i tre quarti dello spazio e guai se ti ci avvicini, subito un solerte cameriere si avvicina e siccome sembra che lì tutti non aspettano altro che poterti osservare, sei costretto tuo malgrado a sederti per evitare di fare la figuraccia di quello che non può permettersi una consumazione seduto su di uno dei mitici tavolini dei mitici bar della mitica piazzetta di Capri.
Ovviamente mio figlio non può sapere tutto questo e quando cerca ogni volta di sedersi, io lo prendo al volo e gli propongo un bel gioco, la classica corsa per la discesa del corso, con lui sulle spalle in barba alla mia schiena già messa a dura prova.
La seconda cosa di cui mi stupisco è l’assoluta mancanza di negozi artigianali, non so, ceramiche, manufatti dell’isola, quei tipici negozietti che tanto caratterizzano l’area mediterranea italiana. In compenso ogni negozio presente a Capri è un negozio di alta moda, dove ogni firma prestigiosa è presente in grande stile e dove i commessi quando ti vedono passare sembrano non fare altro che valutare quanto stai indossando. Io non ho problemi perché indosso tutta roba firmata grandedistribuzioneall’ingrossocomprataduranteisaldi e pertanto non mi pongo il problema.

29/04/01 – sera.

Mio suocero, grande persona, mi conferma che ha prenotato per la sera un tavolo nella sala del ristorante dove c'è un televisore. Mentre ci avviamo, la mia gioia è immensa, ma in quel momento un pensiero mi fa alzare la pressione: a parte mia moglie, che non tifa nulla, a parte mia figlia, romanista, ma di primo pelo, a parte mio figlio, che tifa solo se la partita è un cartone animato, tutti gli altri sono….. laziali!!!
E qui il livello di tensione comincia a salire.
Arriviamo al ristorante, ci accomodiamo e mia suocera mi invita a sedermi in maniera da avere la vista migliore (parlo del televisore, non del mare). Ci sono altri tavoli apparecchiati nella sala, ma non c’è ancora nessuno: noi, per la presenza dei bambini, mangiamo sempre presto. La televisione è già accesa e scorrono le immagini del prepartita. Mio figlio si agita perché vuole vedere il canale dei cartoni animati e quindi, per farlo mangiare, acconsento (con disappunto) a cambiare il canale, ma solo per breve tempo. Intanto lentamente altre persone si siedono ai tavoli. Tutti molto distinti ed educati.
La cena è un incubo. Praticamente non ho fame, non ho mai fame prima di una partita. Ma non posso deludere gli altri.
Il titolare del ristorante mi guarda e sorride divertito. Io allora gli chiedo il perché di quel sorriso e lui mi risponde che lo avrei capito dopo.
Il canale viene cambiato e ritornano le immagini del prepartita.
Mio figlio si infuria e mia moglie, santa donna, lo porta fuori insieme agli altri bambinii.
Senza i bambini a cui badare, mi sento più libero e punto lo sguardo fisso sullo schermo.

Primo tempo.

Sapendo che gli altri della famiglia sono laziali, chiudo il collegamento audio e visivo con loro per evitare contaminazioni letali. Mi concentro unicamente sulla partita, ma vengo distratto da qualcosa che fino ad allora non avevo percepito. La sala si è trasformata, quelli che prima sembravano persone distinte ed educate, sono diventati ora dei tifosi accaniti e urlanti. Tutti, tranne una coppietta che rimane tranquilla a mangiare e a sorridersi.
Ho un sospetto atroce e mi fa temere il peggio. Le urla e gli insulti rivolti verso Totti quando tocca la palla mi confermano il sospetto: la sala è brulicante di laziali! Li osservo bene adesso, hanno tutti la stessa faccia snob del caprese benestante, con abbronzatura ad hoc, braccialetti d’oro, rolex al polso, diamantino all’orecchio. Non solo sono gli odiosi snob di Capri, ma sono anche laziali. Ma perché? Che ci azzeccano qui a Capri. Si avvicina il titolare e mi svela finalmente il segreto. Qui a Capri, dice, sono tutti o del Napoli o della Juve. Siccome il Napoli è quasi in serie B, anche quelli del Napoli tifano Juve. E siccome nel derby c’è la Roma, tutti tifano Lazio. Ovvio, no? Perché non ci ho pensato prima?
Bene, mi dico, se vogliono la guerra, che guerra sia.
Pensano che lì sono tutti tifosi della Lazio? Pensano di poter insultare i miei eroi senza pagare pegno? Adesso li sistemo io.
Come prima azione, accendo il mio mezzo sigaro toscano e comincio ad affumicare l’ambiente. Qualcuno mugugna. Poi alla prima occasione libero i miei freni inibitori esternando fortemente il mio tifo. Adesso mi sono scoperto. Gli sguardi non sono molto concilianti, ma non m’importa.
Alla fine del primo tempo la sala si riempie anche di diversi invitati di un matrimonio che si sta festeggiando in una sala accanto (è inutile ribadire la tendenza calcistica).

Secondo tempo.

La sala si riempie ancora di più. I miei familiari vanno via lasciandomi solo con la mia tensione. I presenti, esclusa la coppietta che continua non so come a rimanere appartata mangiando e sorridendo, urlano come ossessi. Io rimango in silenzio anche per un mal di testa martellante.
Mi sforzo di guardare solo lo schermo.
Al secondo minuto Delvecchio parte sulla sinistra e mette in mezzo per Batistuta: mi alzo in piedi mentre la sala si ammutolisce. Quando la palla si infila tra la mano di Peruzzi e il palo non perdo tempo a strabiliarmi per la bellezza del gol e offro ai presenti la potenza generazionale delle mie corde vocali (mio padre è un ex cantante lirico). Dopo qualche secondo di urla, mi accorgo che qualcun altro sta urlando: è la coppietta che sorniona fino ad allora aveva fatto finta di niente e ora si scoprono per due tifosi della magica Roma.
Non faccio in tempo a ricompormi, che Zanetti lancia sulla sinistra per Delvecchio, che supera in velocità Pancaro, allunga il sinistro e mirabilmente tocca la palla come se al posto del piede avesse una bacchetta magica. Mentre la palla entra in rete si sente solo il mio urlo perché la coppietta non capisce cosa stia succedendo.
I presenti non osano guardarmi e la mia felicità è all’apice. Sì perché in quel momento non sta vincendo la Roma due a zero contro la Lazio, ma sto vincendo io due a zero contro gli odiati snob di Capri!
Dato che il tavolo dove sono seduto è in fondo alla sala, mi sento in diritto di avanzare di posizione sedendomi in prima fila. Come nel risiko quando vinci e avanzi i carri armati del tuo colore.
Accendo il secondo mezzo sigaro, mi sento come il Che con l’avana in bocca vittorioso nella rivoluzione cubana.
Ma come il Che subisco l’ironia del destino.
Il gol di Nedved è una mazzata, non tanto perché capisco che la Roma si sta distraendo, ma perché i presenti risorgono dal loro letargo con nuove urla e nuovi insulti in puro dialetto napoletano.
Altri invitati del matrimonio accorrono per vedere cosa è successo. Sono tutti ragazzi giovani. Uno è una specie di armadio 4 stagioni e si piazza praticamente davanti a me. Considerato che io non sono proprio un armadio, a mala pena posso essere un comodino, quando lo chiamo “aoh.. giovane…” quello si gira e mi fissa. Sarà il sigaro in bocca a mo’ di Clint Eastwood in “Per un pugno di dollari”, sarà lo sguardo teso per la partita, perché il giovane si sposta timidamente chiedendo scusa.
I minuti passano, quanto manca?
Il recupero, quanto? 5 minuti. Improvvisamente mi ricordo dei minuti di recupero di Italia Francia agli Europei del 2000: anche allora il recupero era stato di 5 minuti. Evito il pensiero, ma la pressione arteriosa è ai limiti. Ormai non esistono inibizioni per nessuno e l’intero ristorante è come se non avesse altro da fare.
Il gol di Castroman al 95° è una bomba nucleare per le mie orecchie. Mentre rimango seduto impassibile con il mio sigaro fumante, i presenti, gli invitati del matrimonio, i camerieri, i cuochi, tutti, ma proprio tutti urlano e danzano come forsennati. Sembra di assistere a una saga infernale. Guardo gli snob con disprezzo.
Luigi mi dice qualcosa sorridendo ma non lo ascolto.
Esco dal locale ed è buio fuori.
La testa mi fa male davvero. Forse ho esagerato e ho messo a dura prova la mia pressione.
Mentre mi incammino verso l’albergo mi affaccio sul muraglione che da’ su Marina Grande.
Guardo il mare del golfo di Napoli e non mi meraviglio quando comincio a cantare debolmente.

Vide 'o mare quant''e bello!
Spira tantu sentimento,
Comme tu a chi tiene mente,
ca scetato 'o faie sunna'.

Guarda, gua' chistu ciardino;
Siente, sie' sti sciure arece:
Nu prufumo accussì fino
Dinto 'o core ase ne va...

E tu dice: "I' parto, addio!".
T'alluntane da stu core...
Da la terra de l'ammore...
Tiene 'o core 'e nun turna'?

Ma nun me lassa',
Nun darme stu turmiento!
Torna a surruento,
Famme campa'!