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VIDE 'O MARE



VIDE 'O MARE

Gaetano Taverna
L'ansia del derby tra Roma e Lazio vissuta a Capri.


28/04/01 - Roma.

E’ sabato mattina e manca ancora un giorno e mezzo al derby.
Mi guardo allo specchio del bagno e non mi piace quello che vedo.
Oltre a una trepidazione che ritengo normale per un tifoso medio, si unisce uno stato d’animo direi abbastanza complesso nel suo insieme. Una sorta di disagio e di frustrazione che non riesco a nascondere e probabilmente non mi fa apparire al momento molto disponibile al dialogo o comunque ai rapporti relazionali.
Ma, dico io, proprio in questi giorni dobbiamo andare a Capri con tutta la sacrosanta famiglia per festeggiare i 70 anni di mio suocero e i 69 di mia suocera? Che centra festeggiare ora quando i compleanni cadono a metà maggio?
Ripenso a quando mia moglie mi aveva proposto la cosa e io, ingenuamente, le avevo risposto che non c’erano problemi.
Ritengo di avere in genere una buona memoria, anche per la professione di informatico che svolgo, ma evidentemente qualche neurone cerebrale in quel momento aveva eseguito un’operazione non valida ed era stato terminato, in quanto nulla mi aveva fatto sospettare della coincidenza malefica tra le date scelte dai miei suoceri e la data del derby.
Quando qualche giorno dopo il neurone in questione entrò in esecuzione automatica, di improvviso arrivò il dramma.
Di istinto avevo provato a pensare a qualche scusa attendibile per evitare la trasferta caprese, ma il mio animo nobile mi aveva fatto ricordare tutte le sacrosante domeniche di quest’anno passate ad ammirare una magica Roma sempre vincente, costringendo la famiglia spesso a rinunciare alla mia presenza. Unendo anche la trepidazione di mia moglie nel tornare a Capri, l’aspettativa di mia figlia di otto anni nel poter stare tutti insieme per qualche giorno e la gioia di mio figlio di quattro anni per poter finalmente guerreggiare con me, mi ero alfine arreso non senza una punta di rammarico.
Partiamo, e in treno esterno la mia richiesta di non contare su di me la domenica sera, anche se al momento non so proprio come fare per riuscire a vedere la partita.

Napoli

L’arrivo a Napoli Mergellina, il raggiungere il porto di Mergellina a piedi con mio figlio che decide che è ora di farsi conoscere anche dai napoletani, il pensiero se i bagagli spediti via corriere siano arrivati in albergo, mi distraggono dalla trepidazione di cui sopra e mi permettono di recepire sensazioni che ora provo a descrivere.
L’imbarco sull’aliscafo della Snav per Capri richiede di solito una discreta dose di pazienza e di rassegnazione. L’imbarco sull’aliscafo della Snav per Capri in un periodo come quello del ponte del primo maggio, con una famiglia al seguito con tanto di bambini, richiede, oltre alla suddetta pazienza e rassegnazione, una notevole dose di coraggio nonché sprezzo del pericolo.
Arriviamo che il pontile è già affollato e ci mettiamo in fila senza sapere se quella è la fila giusta. Mio suocero intanto fa un’altra fila per acquistare i biglietti. Mio figlio reclama da bere e vuole essere preso da me in braccio. Mia figlia vuole sedersi sull’unica panchina per la quale c’è già un’altra fila da fare. Mia suocera mi incita ad andare avanti cercando di non tener conto della fila. Mia moglie parla con la sorella e non si accorge del mio umore. Mio cognato cerca di rassicurare la figlia di tre anni dicendo che l’aliscafo sta per arrivare e chiede a me conferma (ma perché, ho la faccia da Snav?).
Mi consola un pensiero che si delinea in maniera molto chiara: qui a Napoli, sul pontile della Snav, in attesa dell’aliscafo per Capri, si è realizzato il sogno del socialismo. Siamo tutti uguali!
Qui non c’è distinzione sociale, distinzione economica, differenza di pensiero, differenza nel colore della pelle, differenza nel credo religioso. Niente di tutto questo. Qui, siamo tutti uguali e tutti godiamo in maniera totale dell’attesa, in fila sotto il sole, dell’ambito aliscafo che poi prenderemo tutti insieme, arroccandoci sulla scaletta e prendendoci a spinte per prendere i posti a sedere sulle poltrone. Poltrone che non avranno distinzione di classe e magari saranno anche sporche e forse anche mezze rotte e che dovranno per forza essere utilizzate da tutti. Evviva l’uguaglianza!
Operai, impiegati, casalinghe, dirigenti di impresa, imprenditori, sportivi, artisti, ecclesiastici, politici, disoccupati, inoccupati, tutti, ma proprio tutti facciamo la nostra bella fila sul pontile della Snav in attesa dell’aliscafo per Capri.

Capri

Il sogno socialista, però, si smaterializza una volta arrivati a Capri, anzi a Marina Grande.
Qui si evidenziano subito le differenze di classe: la massa prende la funicolare per salire, altri invece prendono il taxi, ovvero macchine decappottabili, regolarmente autorizzate al servizio ma senza la presenza di un tassametro, che possono portare anche 7 persone. Che vuoi che sia, siamo in vacanza e poi paga papà.
Non è un problema di soldi, è solo quell’imbarazzo nell’essere osservati da tutti quando ci sali sopra e quando poi ci scendi.
Eccoci arrivati nella mitica piazzetta. Capri ha un’unica piazza, forse ha anche un nome, non so, Piazza Roma, Piazza Italia, Piazza del Popolo, ma non credo che qualcuno ormai lo sappia ancora. Il nome per tutti è “la piazzetta”.
Se qualcuno è ancora convinto sul decremento demografico, è bene che venga qui in questo periodo, perché verrà smentito!
Capri, isola di sogno, isola dell’amore, isola dell’esclusività, isola del casino!
Farei un torto a mia moglie se dicessi che non mi piace stare qui, ma è così. Lei qui ci è cresciuta ed è legata anche ai ricordi belli o brutti che siano.
Io ho solo un bel ricordo di Capri: la prima volta che ci venni insieme a lei da fidanzati. Le altre volte non sono state tali da lasciarmi particolari emozioni. Soprattutto con la presenza dei bambini, in quanto se c’è un posto al mondo che non offre nulla ma proprio nulla ai bambini, questo è Capri. Esiste un solo giardino, piccolo e ai limiti della degenza, dove al pomeriggio si concentrano i bambini capresi. Dicono che ad Anacapri ci sono più attrattive, ma vuoi mettere con Capri?
Comunque l’animo nobile emerge cercando di offrire ai bambini un pizzico di interesse in più, ma non è facile.
Arriviamo in albergo e anziché chiedere le chiavi della stanza o se i bagagli sono arrivati, chiedo se lì è possibile vedere il derby. Ovviamente la risposta non poteva che essere la peggiore: abbiamo il decoder rotto!
Si va a pranzo al ristorante dove siamo conosciuti (da Verginiello, ottimo ristorante e ottima pizzeria a prezzi più accessibili rispetto alla media caprese) e lì riesco a calmare la mia frenesia: hanno il decoder funzionante e hanno già organizzato la serata del derby! Il titolare, nel sentire che sono romanista, mi guarda comunque un poco strano: faccio finta di niente, ma rimango perplesso per quello sguardo. Non posso sapere ancora cosa mi aspetterà la domenica sera.

29/04/01 – mattino.

Capri è stupenda, o almeno è così che mi sforzo di vederla. Ma con quel casino di persone in giro, con tutti quei turisti “mordi e fuggi”, non riesco a vedere l’isola per quello che è realmente. Mi stupisco anche di due cose non da poco: la piazzetta, al di là dell’affollamento, è ancor più incasinata per la moda di sostare lì senza muoversi. Se uno è andato a Capri senza sostare almeno per 10 minuti nella piazzetta, non può dire di essere stato a Capri! Inoltre il casino è accentuato dalla presenza dei tavolini dei bar che ormai hanno invaso i tre quarti dello spazio e guai se ti ci avvicini, subito un solerte cameriere si avvicina e siccome sembra che lì tutti non aspettano altro che poterti osservare, sei costretto tuo malgrado a sederti per evitare di fare la figuraccia di quello che non può permettersi una consumazione seduto su di uno dei mitici tavolini dei mitici bar della mitica piazzetta di Capri.
Ovviamente mio figlio non può sapere tutto questo e quando cerca ogni volta di sedersi, io lo prendo al volo e gli propongo un bel gioco, la classica corsa per la discesa del corso, con lui sulle spalle in barba alla mia schiena già messa a dura prova.
La seconda cosa di cui mi stupisco è l’assoluta mancanza di negozi artigianali, non so, ceramiche, manufatti dell’isola, quei tipici negozietti che tanto caratterizzano l’area mediterranea italiana. In compenso ogni negozio presente a Capri è un negozio di alta moda, dove ogni firma prestigiosa è presente in grande stile e dove i commessi quando ti vedono passare sembrano non fare altro che valutare quanto stai indossando. Io non ho problemi perché indosso tutta roba firmata grandedistribuzioneall’ingrossocomprataduranteisaldi e pertanto non mi pongo il problema.

29/04/01 – sera.

Mio suocero, grande persona, mi conferma che ha prenotato per la sera un tavolo nella sala del ristorante dove c'è un televisore. Mentre ci avviamo, la mia gioia è immensa, ma in quel momento un pensiero mi fa alzare la pressione: a parte mia moglie, che non tifa nulla, a parte mia figlia, romanista, ma di primo pelo, a parte mio figlio, che tifa solo se la partita è un cartone animato, tutti gli altri sono….. laziali!!!
E qui il livello di tensione comincia a salire.
Arriviamo al ristorante, ci accomodiamo e mia suocera mi invita a sedermi in maniera da avere la vista migliore (parlo del televisore, non del mare). Ci sono altri tavoli apparecchiati nella sala, ma non c’è ancora nessuno: noi, per la presenza dei bambini, mangiamo sempre presto. La televisione è già accesa e scorrono le immagini del prepartita. Mio figlio si agita perché vuole vedere il canale dei cartoni animati e quindi, per farlo mangiare, acconsento (con disappunto) a cambiare il canale, ma solo per breve tempo. Intanto lentamente altre persone si siedono ai tavoli. Tutti molto distinti ed educati.
La cena è un incubo. Praticamente non ho fame, non ho mai fame prima di una partita. Ma non posso deludere gli altri.
Il titolare del ristorante mi guarda e sorride divertito. Io allora gli chiedo il perché di quel sorriso e lui mi risponde che lo avrei capito dopo.
Il canale viene cambiato e ritornano le immagini del prepartita.
Mio figlio si infuria e mia moglie, santa donna, lo porta fuori insieme agli altri bambinii.
Senza i bambini a cui badare, mi sento più libero e punto lo sguardo fisso sullo schermo.

Primo tempo.

Sapendo che gli altri della famiglia sono laziali, chiudo il collegamento audio e visivo con loro per evitare contaminazioni letali. Mi concentro unicamente sulla partita, ma vengo distratto da qualcosa che fino ad allora non avevo percepito. La sala si è trasformata, quelli che prima sembravano persone distinte ed educate, sono diventati ora dei tifosi accaniti e urlanti. Tutti, tranne una coppietta che rimane tranquilla a mangiare e a sorridersi.
Ho un sospetto atroce e mi fa temere il peggio. Le urla e gli insulti rivolti verso Totti quando tocca la palla mi confermano il sospetto: la sala è brulicante di laziali! Li osservo bene adesso, hanno tutti la stessa faccia snob del caprese benestante, con abbronzatura ad hoc, braccialetti d’oro, rolex al polso, diamantino all’orecchio. Non solo sono gli odiosi snob di Capri, ma sono anche laziali. Ma perché? Che ci azzeccano qui a Capri. Si avvicina il titolare e mi svela finalmente il segreto. Qui a Capri, dice, sono tutti o del Napoli o della Juve. Siccome il Napoli è quasi in serie B, anche quelli del Napoli tifano Juve. E siccome nel derby c’è la Roma, tutti tifano Lazio. Ovvio, no? Perché non ci ho pensato prima?
Bene, mi dico, se vogliono la guerra, che guerra sia.
Pensano che lì sono tutti tifosi della Lazio? Pensano di poter insultare i miei eroi senza pagare pegno? Adesso li sistemo io.
Come prima azione, accendo il mio mezzo sigaro toscano e comincio ad affumicare l’ambiente. Qualcuno mugugna. Poi alla prima occasione libero i miei freni inibitori esternando fortemente il mio tifo. Adesso mi sono scoperto. Gli sguardi non sono molto concilianti, ma non m’importa.
Alla fine del primo tempo la sala si riempie anche di diversi invitati di un matrimonio che si sta festeggiando in una sala accanto (è inutile ribadire la tendenza calcistica).

Secondo tempo.

La sala si riempie ancora di più. I miei familiari vanno via lasciandomi solo con la mia tensione. I presenti, esclusa la coppietta che continua non so come a rimanere appartata mangiando e sorridendo, urlano come ossessi. Io rimango in silenzio anche per un mal di testa martellante.
Mi sforzo di guardare solo lo schermo.
Al secondo minuto Delvecchio parte sulla sinistra e mette in mezzo per Batistuta: mi alzo in piedi mentre la sala si ammutolisce. Quando la palla si infila tra la mano di Peruzzi e il palo non perdo tempo a strabiliarmi per la bellezza del gol e offro ai presenti la potenza generazionale delle mie corde vocali (mio padre è un ex cantante lirico). Dopo qualche secondo di urla, mi accorgo che qualcun altro sta urlando: è la coppietta che sorniona fino ad allora aveva fatto finta di niente e ora si scoprono per due tifosi della magica Roma.
Non faccio in tempo a ricompormi, che Zanetti lancia sulla sinistra per Delvecchio, che supera in velocità Pancaro, allunga il sinistro e mirabilmente tocca la palla come se al posto del piede avesse una bacchetta magica. Mentre la palla entra in rete si sente solo il mio urlo perché la coppietta non capisce cosa stia succedendo.
I presenti non osano guardarmi e la mia felicità è all’apice. Sì perché in quel momento non sta vincendo la Roma due a zero contro la Lazio, ma sto vincendo io due a zero contro gli odiati snob di Capri!
Dato che il tavolo dove sono seduto è in fondo alla sala, mi sento in diritto di avanzare di posizione sedendomi in prima fila. Come nel risiko quando vinci e avanzi i carri armati del tuo colore.
Accendo il secondo mezzo sigaro, mi sento come il Che con l’avana in bocca vittorioso nella rivoluzione cubana.
Ma come il Che subisco l’ironia del destino.
Il gol di Nedved è una mazzata, non tanto perché capisco che la Roma si sta distraendo, ma perché i presenti risorgono dal loro letargo con nuove urla e nuovi insulti in puro dialetto napoletano.
Altri invitati del matrimonio accorrono per vedere cosa è successo. Sono tutti ragazzi giovani. Uno è una specie di armadio 4 stagioni e si piazza praticamente davanti a me. Considerato che io non sono proprio un armadio, a mala pena posso essere un comodino, quando lo chiamo “aoh.. giovane…” quello si gira e mi fissa. Sarà il sigaro in bocca a mo’ di Clint Eastwood in “Per un pugno di dollari”, sarà lo sguardo teso per la partita, perché il giovane si sposta timidamente chiedendo scusa.
I minuti passano, quanto manca?
Il recupero, quanto? 5 minuti. Improvvisamente mi ricordo dei minuti di recupero di Italia Francia agli Europei del 2000: anche allora il recupero era stato di 5 minuti. Evito il pensiero, ma la pressione arteriosa è ai limiti. Ormai non esistono inibizioni per nessuno e l’intero ristorante è come se non avesse altro da fare.
Il gol di Castroman al 95° è una bomba nucleare per le mie orecchie. Mentre rimango seduto impassibile con il mio sigaro fumante, i presenti, gli invitati del matrimonio, i camerieri, i cuochi, tutti, ma proprio tutti urlano e danzano come forsennati. Sembra di assistere a una saga infernale. Guardo gli snob con disprezzo.
Luigi mi dice qualcosa sorridendo ma non lo ascolto.
Esco dal locale ed è buio fuori.
La testa mi fa male davvero. Forse ho esagerato e ho messo a dura prova la mia pressione.
Mentre mi incammino verso l’albergo mi affaccio sul muraglione che da’ su Marina Grande.
Guardo il mare del golfo di Napoli e non mi meraviglio quando comincio a cantare debolmente.

Vide 'o mare quant''e bello!
Spira tantu sentimento,
Comme tu a chi tiene mente,
ca scetato 'o faie sunna'.

Guarda, gua' chistu ciardino;
Siente, sie' sti sciure arece:
Nu prufumo accussì fino
Dinto 'o core ase ne va...

E tu dice: "I' parto, addio!".
T'alluntane da stu core...
Da la terra de l'ammore...
Tiene 'o core 'e nun turna'?

Ma nun me lassa',
Nun darme stu turmiento!
Torna a surruento,
Famme campa'!


 
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