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DUE PER LA STRADA



DUE PER LA STRADA

Gaetano Taverna
Racconto ispirato alla tragedia del massacro nella scuola di Beslan del 3 settembre del 2004.



“Non ho paura della cattiveria dei malvagi, temo il silenzio degli onesti" (M.L. King).
 
La striscia di asfalto tagliava in due la piana desolata e proseguiva verso ovest, senza interruzioni, seguendo le depressioni del terreno.
Percorrerla alle tre di pomeriggio in piena estate non era davvero piacevole, soprattutto se l’auto non era dotata di un buon condizionatore.
L’uomo vestito di nero di certo non se ne preoccupava.
La sua Alfa Spider GTV blu cobalto era dotata di un confort eccezionale, che permetteva di rimanere seduti in auto in giacca e cravatta senza alcun disagio.
Lo stereo diffondeva ad alto volume il Tannhäuser di Richard Wagner e cupi pensieri affliggevano l’uomo.
Guardava fisso la strada tendendo stretto il volante tra le mani e non si accorse del motociclista che stava arrivando da dietro a velocità elevata.
Poco più avanti, sulla destra, un piazzale con una stazione di servizio e di ristoro si allargava estendendosi per un centinaio di metri.
All’improvviso il motociclista superò in velocità l’Alfa Spider sulla sinistra, tagliandogli di netto la strada e piegandosi tutto a destra per imboccare, radente al terreno, il piazzale della stazione di servizio.
L’uomo nell’auto imprecò e frenò d’istinto con violenza per evitare di travolgere la moto.
L’Alfa si rigirò su se stessa in un testa coda interminabile, fermandosi infine oltre l’imbocco del piazzale.
L’uomo uscì furioso dall’auto e si diresse con passo deciso verso il motociclista fermo davanti l’entrata della toilette.
“Ehi tu, ma lo sai che sei proprio stronzo?”.
Il motociclista, seduto sulla moto e con il casco ancora in testa, si girò verso l’uomo.
Si fissarono per un attimo attraverso gli occhiali scuri che entrambi indossavano.
Il motociclista scese dalla sua Harley Davidson 883R rossa, si sfilò il casco liberando i lunghi capelli brizzolati e, incurante della presenza dell’altro, si diresse lesto all’interno di una toilette che senz’altro aveva visto tempi migliori.
Davanti all’orinatoio sporco, il motociclista non indugiò a emettere un mugolio di piacere mentre la sua vescica si svuotava in un getto che sembrava non finire mai.
“Questo, ragazzo, è uno dei piaceri unici di questa sporca vita. Chi non l’ha mai provato non può dire di aver vissuto!”.
Il motociclista, pur girato di spalle, sapeva che l’uomo elegante gli stava dietro pronto per affrontarlo.
E infatti non appena si girò fece in tempo a vedere il pugno che si avvicinava al suo naso.
Con un movimento rapido alzò la mano destra e bloccò il pugno a mezz’aria, contorcendo il polso in maniera da costringere l’uomo a girarsi su se stesso.
Lo spinse poi verso il muro facendogli cadere gli occhiali scuri.
Solo allora si accorse dei suoi occhi.
“Ma tu guarda chi cazzo devo incontrare in questo posto di merda” disse irritato il motociclista togliendosi i propri occhiali scuri.
L’altro con meraviglia lo riconobbe e si avvicinò con un ghigno stampato sul viso.
“Se sapevo che eri tu non avrei assolutamente frenato!” rispose quasi sussurrando.
Il motociclista si aggiustò i propri jeans e si diresse verso l’uscita della toilette.
“Be’, tanto vale a questo punto rinfrescarci la gola. Vieni, che ti offro una birra gelata”.
L’uomo elegante parve interdetto.
“Dai su non fare il fiscale, chi vuoi che ci riconosca in questo posto sperduto!?”.
L’uomo elegante raccolse i suoi occhiali e uscì all’aria aperta respirando a pieni polmoni. Il tanfo della toilette aveva impregnato le sue narici e ci vollero diversi secondi prima di riuscire a liberarsi di quel puzzo orrendo.
Il motociclista entrò nel bar, che di certo non aveva nulla da invidiare alla toilette, e prese posto a un tavolino isolato.
L’altro lo seguì guardando con circospezione i pochi avventori presenti.
“Ehi, ragazzo, ma di cosa hai paura? – il motociclista prese a sghignazzare – O forse pensi che non sia etico che uno come me e uno come te possano bere una cosa insieme?”.
L’uomo elegante prese posto al tavolo.
Una cameriera, che forse giovane non era mai stata, prese con calma l’ordinazione, non senza meravigliarsi della strana coppia che aveva davanti.
L’uomo vestito di nero era un bel giovane con i capelli neri lisci. Era un tipo alto, pulito e indossava un completo molto elegante.
L’altro era un uomo rugoso di mezza età, più basso dell’altro, con la barba incolta e vestito solo con un giubbotto di pelle, un maglietta sporca e un paio di jeans trasandati. I suoi capelli brizzolati erano lunghi e disordinati.
I due sorseggiarono la birra in silenzio, dandosi reciprocamente, di tanto in tanto, degli sguardi sottecchi.
In un angolo del bar qualcuno accese una televisione con il volume alto. Le immagini trasmesse del massacro nella scuola di Beslan catturarono subito l’attenzione dei presenti.
Continuando a sorseggiare la birra, i due uomini sembravano indifferenti da quanto la televisione trasmetteva.
Bastò però uno sguardo reciproco per intuire il disagio che l’altro provava.
“Bel capolavoro che avete fatto! Complimenti davvero. Avete superato voi stessi”, disse il motociclista con una smorfia in viso.
“Ma non dire sciocchezze – rispose l’uomo elegante – non aprire la bocca se non sai come stanno le cose”.
“Perché, cosa c’è da sapere? Guarda, guarda quei bambini massacrati nella loro scuola. E tu pretendi che non ce l’abbia con te e i tuoi compari?”.
L’uomo elegante posò il boccale di birra.
Fissò con durezza il motociclista e scandendo lentamente le parole disse:
“Noi non c’entriamo niente!”.
Una risata fragorosa fece girare di scatto gli avventori del bar verso di loro.
“Ma non sparare cazzate! E non spararle proprio a me! Ricordati sempre chi sono io!”.
“Io dico cazzate? E allora dimmi angioletto senza ali, mentre succedeva tutto quel casino tu dove cazzo stavi?”.
Il motociclista divenne serio, accusando il colpo.
“Bingo! Ti ho pizzicato stronzetto! E dimmi ancora, faccia di merda, perché tu e gli altri tuoi compari non avete protetto quelle piccole anime?”.
Il motociclista sputò per terra, guardò fisso l’uomo elegante cercando di percepire i suoi pensieri.
“Come fai a dire che voi non c’eravate. Solo chi viene dall’inferno può fare una cosa simile”, disse il motociclista fissando il fondo del suo boccale di birra.
L’uomo elegante sorrise.
“Quanto sei ingenuo. Ma dove vivi? Ma davvero pensi che ci sia ancora spazio per noi? Sì, non mi guardare in quel modo, ho detto per noi, per quelli come me e quelli come te”.
Il motociclista prese da una tasca del giubbotto una presa di tabacco e con una cartina si preparò rapidamente una sigaretta. L’accese e aspirò chiudendo gli occhi e godendosi la boccata di fumo.
“Tu mi chiedi dove eravamo noi, dove ero io. Ma che ne sai di quello che proviamo noi, di quello che provo io quando assistiamo impotenti a scene del genere”.
“Impotenti? E perché mai? Ah già, scusami! Mi ero dimenticato il libero arbitrio. Che grande presa per il culo!”.
“No, ti sbagli non è una presa per il culo. Ma d’altronde che ne sai tu della fiducia e dell’amore...”.
La risata dell’uomo elegante lo interruppe e fece girare di nuovo gli avventori verso di loro.
“E questi sono i risultati della vostra fiducia e amore! Ma che bravi che siete, complimenti a voi!”.
Il motociclista ordinò un'altra birra.
Qualcuno spense la televisione.
Il motociclista guardò serio l’uomo elegante.
“Quando dici che voi non c’entrate, non stai dicendo cazzate?”.
“No, stronzetto, non dico cazzate. Davvero noi non c’entriamo niente”.
“Ma se non c’entrate niente, allora chi è stato?” chiese il motociclista strizzando gli occhi.
L’altro non rispose: finì la sua birra e si alzò.
“Dove vai ora?” chiese il motociclista.
“Non lo so. Di certo so che voglio per un po’ stare il più lontano possibile dagli uomini. Se ti dicessi che mi hanno disgustato, ci crederesti?”.
Il motociclista rise amaro.
“E tu stronzetto, invece che farai ora?” chiese l’uomo elegante.
Il motociclista bevve tutto di un fiato la sua birra e si asciugò la bocca con la manica del giubbotto.
“Torno indietro. Sì, anch’io ero disgustato, ma lì c’è del lavoro per me”.
La striscia di asfalto tagliava in due la piana desolata e proseguiva verso ovest, senza interruzioni, seguendo le depressioni del terreno.
L’Alfa Spider partì sgommando riprendendo la direzione che già seguiva prima.
L’Harley partì invece veloce per la direzione opposta, verso est, lasciando dietro a sé una nuvola bianca di polvere.
 

 
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