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LA SPERANZA, di Padre Carlo Huber s.j.

Intervento di Carlo Huber a un incontro di Capi Scout dell'Agesci della Zona di Ferrara del 12 dicembre 1988.

 

 

La speranza è l’atteggiamento della strada e del cammino. La speranza è la virtù e l’atteggiamento della gioventù. Questo è un dato naturale perché un giovane vive ancora per il suo futuro e se non vive per il futuro è già vecchio da giovane, questo può capitare ed è molto triste. La speranza nei giovani pur trovando la sua dimensione naturale non è già virtù e nemmeno speranza cristiana. Ciò che ci porta più vicini al nostro discorso sulla speranza è l’atteggiamento della strada: si cammina per andare in qualche posto, se non ho una meta non esco, se mi chiamano per andare ad un’uscita in cui non si va da nessuna parte non ci vado, senza la speranza di arrivare in qualche posto non faccio nemmeno il primo passo. Camminare vive della speranza di arrivare da qualche parte, perciò la strada è esattamente la dimensione che permette di realizzarsi a tutta quanta la nostra attività scout: la pista, il sentiero, la strada.

La situazione in cui ci troviamo attualmente, noi e i nostri giovani, è tale per cui la speranza è diventata qualcosa di raro e difficile, penso per due motivi principali: prima cosa, vivere la dimensione di speranza è un lanciarsi verso qualcosa di globale, non una singola cosa (essere promosso a giugno), anche questo si dice speranza ma la vera speranza è avere una visione globale del futuro (cosa speri di diventare quando sarai grande). Ma avere una visione globale del futuro è difficile. La difficoltà di organizzarsi e di lanciarsi verso una meta del futuro è oggi estremamente complessa: combinare tutti gli stimoli, tutti gli indirizzi e le possibilità e sopratutto i tanti impedimenti per il futuro, fa sì che questo sia difficilmente immaginabile per i giovani; essi faticano ad avere una speranza e a lanciarsi se non vedono la meta.

Torniamo a quello che dicevo all’inizio: se non so dove andare non mi metto in cammino. Uno dei nostri compiti educativi dovrà essere quello di aiutarli progressivamente ad immaginarsi delle mete raggiungibili. Seconda cosa, ai ragazzi mancano dei modelli. Se devo immaginarmi il mio futuro,inevitabilmente cerco di orientarmi su qualcosa che vedo in giro, in qualcuno che è più grande di me e che ha già fatto qualcosa, il medico, il sacerdote, la suora,l’ufficiale, il politico; oggi questi modelli non sono più chiari. La questione non è se siano positivi o negativi ma che siano chiari: cosa sta facendo un prete oggi? Non so individuarlo. Le suore fanno tantissime cose ma che cos’è una suora? Che cos’è oggi un medico? Non è più un modello che si può facilmente individuare. Avere questi modelli per un giovane 17enne è molto importante. Egli non si lancia al buio, può anche lanciarsi alla ventura ma devi dirgli qui c’è la vetta, è alta,lontana, ma è lì che vogliamo arrivare. Se gli dici: “Andiamo, poi troveremo qualcosa ma non so ancora cosa e dove”, allora lui non verrà . E’ importante che voi possiate essere i modelli per i vostri ragazzi, non modello di perfezione ma che in voi vedano qualcosa che anche loro potranno eventualmente fare; questo significa non solo impegno associativo ma anche far capire il proprio lavoro, la capacità di conciliarlo con un impegno pastorale, con la famiglia o altro, in modo che i ragazzi possano dire: “questo è riuscito a fare un mestiere e una carriera nella quale non si è perso l’anima, non si è sputtanato con i soldi...” Questo per i ragazzi significa avere di fronte a sé un modello verso il quale lanciarsi.

Che cos’è dunque la speranza? E’ una virtù, è uno stabile atteggiamento verso gli eventi. Ma questo è anche l’amore. Anche la prudenza e il coraggio. Cos’è specifico della speranza? Che è verso un bene futuro, possibile e arduo ma ciononostante raggiungibile. La speranza è molto collegata col coraggio. Ma tutto questo non è ancora la speranza cristiana che è lanciarsi verso qualcosa sempre al di là di noi, verso Dio e suo Regno, verso la Beatitudine eterna. In ultima analisi, posso sperare solo in Dio, è per questo che la speranza cristiana è al di là della Croce (vedi San Tommaso dalla Somma Teologica, dove parla della speranza). E’ su questi punti che più facilmente possiamo agganciarci per l’aspetto educativo del metodo scout. Abbiamo parlato di atteggiamento costante verso il bene, con le parole di B.P. significa farsi un carattere, far sì che un ragazzo non faccia domani il contrario di ciò che fa oggi ma tenda verso il bene con stabilità . Tutte le nostre attività consistono in questo: nel potersi fidare dei ragazzi, nel far sì che si prendano un impegno e si creino atteggiamenti coerenti.

La speranza come impegno verso il futuro, cioè sapersi lanciare verso il futuro, avere un progetto, sapersi porre delle mete (B.P.). Educando i ragazzi a questo li educhiamo ad una cosa estremamente importante, cioè a non pensare solo all’immediato ma progressivamente a prospettarsi nel tempo. Un bambino può prospettarsi per 15 giorni o forse un mese. Per uno scout 3 mesi sono già forse troppi; per un R/S o un adulto è diverso: deve prospettarsi verso la scelta di uno studio, di una professione. Se a 19 anni un R/S non è ancora capace di questo, non è capace di avere una speranza. Dobbiamo educarli progressivamente con gli strumenti della P.P. a prospettarsi mete raggiungibili in tempo utile, concrete che si possano immaginare e vedere; aiutarli a crescere significa dar loro la possibilità di sperare nel futuro.

Con questi due aspetti ho detto qualcosa di positivo: lanciarsi verso il futuro e prospettarsi una meta. Ma voglio sottolineare anche che questo lanciarsi implica l’aspetto del non ancora raggiunto; è qualcosa a cui non sono ancora arrivato. La speranza è la virtù che non s’incontra con l’idea di essere arrivato, c’è sempre qualcosa verso la quale continuare. La speranza non ha mai fine se non in Dio. Questo è un discorso più adatto da sottolineare in un Clan perché presuppone la capacità di prospettarsi in un tempo lontano; una cosa che non finisce mai non è un concetto facile da afferrare ma l’R/S verso la partenza deve cominciare a capire che il suo cammino è indirizzato verso l’eternità, verso l’infinito. Non avrà mai fatto tutto, questo non in senso negativo, semplicemente c’è sempre un ulteriore avventura da vivere. Anche con i bambini si può iniziare questo tipo di percorso educandoli al gusto per le novità. Se gli fate fare sempre le stesse cose e non trovate mai niente di nuovo la vostra educazione verso la speranza non funziona; qui sta la creatività del capo.

Speranza verso un bene possibile. Proponete cose che si raggiungono. La speranza si impara con il successo: ho sperato e ho avuto. Sono importanti a questo punto le promesse mantenute e il ragazzo manterrà la promessa se il capo mantiene la sua. E’ giusto che il bene che sta nel futuro venga tal volta inteso come raggiunto: ho raggiunto questo quindi posso anche sperare di raggiungere qualcos’altro. La cosa negativa è proporre mete irraggiungibili, assurde, utopiche nel senso negativo della parola. Dovete proporre una meta infinita in Dio ma non infinita nel mondo. I ragazzi sono molto suscettibili contro la delusione della speranza, ciononostante siamo consapevoli che la speranza deve andare verso un bene arduo, non facile. Qui sta tutta la pedagogia scout: la strada è difficile, devi sudare per arrivare, devi portare uno zaino pesante ma solo così si può capire che la meta è importante e che ne valeva la pena. La meta deve meritare di essere sudata. Tutte le branche si richiamano a questo per finire alla mistica della strada nella branca R/S.

La strada come simbolo della nostra vita ha proprio questo significato: far capire che faticare durante la vita vale la pena non perché devo soffrire ma perché la meta è così grande ed importante che merita di essere sudata. Questo s’impara più con i piedi che con il cervello. Tutto questo implica due virtù naturali: una è la generosità che è l’atteggiamento di lanciarsi verso mete grandi, avere il coraggio di questo rappresenta tutto l’idealismo del nostro metodo educativo, perché educare i ragazzi verso la generosità e fare lo sforzo di lanciarsi verso qualcosa di grande li porterà a lanciarsi verso Dio. Non parlo solo di generosità materiale ma di quella di dare qualcosa di se stessi. Non si può essere cristiani se non si è generosi. La generosità è la virtù opposta al vizio dell’accidia, cioè l’essere stanchi, il sentirsi vuoti; per questo i ragazzi vanno continuamente pungolati. La seconda virtù è l’umiltà: l’atteggiamento di chi sa che non è ancora arrivato e deve ancora camminare. L’umiltà è la virtù opposta al vizio della presunzione, del sentirsi arrivati. L’estremo dell’accidia è la droga. L’estremo della presunzione è la violenza, volere tutto e subito. Educare alla generosità e all’umiltà conduce alla speranza. A tutto questo si sovrappone che la meta vera e definitiva della speranza è solo Dio; per questo la speranza cristiana è una virtù teologale e non naturale. La fede ci dice che una certa speranza l’abbiamo avuta in dono con il Battesimo, ci lanciamo verso qualcosa che Dio stesso ci ha dato, che è in noi e nei nostri ragazzi e nostro compito è farlo crescere.

La speranza è una virtù quasi naturale dei giovani ma bisogna educarli ad averla in senso biblico: se mi uccidete io continuerò a sperare. La speranza va al di là della morte e ci sorregge di fronte alla morte. E’ la speranza cristiana nel Signore che è morto e risorto. Per mezzo di Lui, la mia speranza va oltre la mia vita.



 
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