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UN UOMO TRANQUILLO



UN UOMO TRANQUILLO

Gaetano Taverna

Racconto noir ambientato tra le bancarelle di Porta Portese di Roma.

Di questo racconto segnalo l'intrigante e bellissimo fumetto firmato dal fumettista Jack Venturelli.
Cliccare qui  per sfogliare online il fumetto.

VIDEO DEL FUMETTO:






“Prima o poi ‘sta vita ‘a da’ finì!”

E’ quello che pensa Mario ogni domenica all’alba. Ormai dopo 20 anni, non ha più bisogno della sveglia per alzarsi. Il tempo fa abituare a tutto, forse anche troppo, e Mario lo sa, come sa che a 61 anni sono sempre di meno le occasioni per poter svoltare.
Già, svoltare.
“Aho, damoje ‘na svorta a ‘sta vita...”, così dicevano Mario e Nando da ragazzi. E il bello è che ci riuscirono alla grande, ma durò troppo poco.
Svegliarsi alle 5 per essere a Porta Portese alle 6 e 30.
Quando qualcuno gli chiede cosa vende, lui risponde semplicemente cianfrusaglie. Per lo più oggetti, anche di valore, la cui provenienza Mario non è sempre disposto a rivelare e che spesso acquista o permuta durante le ore di mercato.
“Aho, Mario, che dici, glie ‘a famo a fa un po’ de sòrdi oggi?”
“A Marce’, te, coi mobili usati magari qualche sòrdo ‘o fai, ma io co’ ‘sta roba, ma che sòrdi vuoi che faccia?”
“Ma quante volte t’ho detto de cambià genere…. C’hai un banco che è ‘na meraviglia, e invece te ‘o sprechi per ‘ste due fregnacce che venni!”
“Ma ci ‘o sai…. Nun voglio pensieri… me faccio bastà quello che recimolo… Io, ci ‘o sai, so’ n’omo tranquillo”
Già, un uomo tranquillo. Quante volte Mario l’ha pronunciato o si è sentito dire così.

 

“A commissà... ma lei ogni volta viè da me a sfrugugliarme... ma io so’ n’omo tranquillo, io de ‘sti impicci nun ne so niente!”
Ma il commissario Mariani non gli credeva. Conosceva Mario Cenci e la sua abilità di scassinatore.
Erano gli anni Settanta. Li chiamavano i Fognaroli. In poco meno di due anni erano riusciti a scassinare decine di banche di Roma sempre con la stessa tecnica: passando per le fogne e bucando tutto ciò che li divideva dai caveau.
La polizia non riuscì mai a beccarli. Si parlò di centinaia di milioni di lire rapinati, soldi che come niente svanirono nel nulla. O quasi.

 

Porta Portese. Dicono che sia il mercato più caratteristico di Roma. Ma per Mario è solo un gran casino.
Ogni domenica mattina si ripete il rituale dell’apertura dei banchi e dei chioschi, qualcuno in regola con le licenze, qualcun altro no. Ma Mario non ha mai voluto problemi. Ha sempre pagato quello che doveva, prima le mazzette e poi le tasse e anche qualcos’altro.
“Aho, Mario, hai visto chi c’è?”
Mario alza lo sguardo verso il gruppetto di persone che si sta avvicinando. E quello che vede, ma anche quello che sente, non gli piace per niente.
“Sor Cardinà, quale onore...”
“Buon giorno Cardinà, sempre a vostra disposizione”
“Cardinà, posso offrirvi un caffè?”
Quanti salamelecchi ipocriti, pensa Mario mentre con lo sguardo segue il piccolo corteo di persone che si sta avvicinando al suo banco.
“Uè Marettié, comme vanno 'e ccose?”
“Che volete che vi dica Cardinà, come si dice a Napoli? ‘A vita è ‘na fetenzia... e allora cerchiamo di sopravvive’ alla meno peggio...”
“Eh, tu sì ca si' 'nu buono guaglione, fossero tutte comme a tte... mo' vaco ca tengo che ffà!”
Mario accenna ad un sorriso, ma cambia subito espressione come "il Cardinale", accompagnato dai suoi angeli custodi, si allontana dalla sua vista. Anche questa volta ha dovuto nascondere i suoi reali sentimenti verso quell’uomo. No, anzi, verso quell’animale.
Vincenzo Esposito, napoletano, 150 chili di grasso in poco più di 180 centimetri di altezza. A Porta Portese, ma anche in tutta Roma, è famoso per prediligere il colore rosso. I suoi abiti, le sue auto, l’arredo della sua casa. Tutto di colore rosso. E il nomignolo Cardinale non si sa se gli è stato dato o è stato proprio lui a inventarselo per questa mania per il rosso. Ma Esposito è famoso anche per un altro aspetto: la violenza con cui colpisce i suoi avversari e tutti quelli che non rispettano le regole. Le sue regole.
“Me sa che oggi er Cardinale farà piagne quarcuno!”, dice sconsolato Marcello guardando il grassone allontanarsi.
Già, pensa Mario, qualcuno oggi piangerà e non solo.
La prima domenica di ogni mese gli scagnozzi del grassone si presentano puntualmente ai banchi di Porta Portese per riscuotere le quote del pizzo concordato. Mario ha sempre voluto pagare, perché sa che se sei parte di questo mondo non puoi non pagare. E’ sempre stato così e sarà sempre così. Quanti cardinali ha visto in tanti anni succedersi. Hanno tutti la stessa aria. Li puoi riconoscere a distanza. Come i poliziotti o i carabinieri. E tutti hanno le loro regole. Quella del Cardinale è semplice. Non paghi una volta, ti raddoppio il pizzo. Non paghi per due volte, te lo triplico. Non paghi per tre volte, sei finito. Ma lui non si sporca più di tanto: di solito la raccolta del denaro, o i solleciti, li lascia fare ai suoi scagnozzi, come anche l’aggancio di nuovo contribuente. L’unica cosa che segue personalmente è l’atto finale. Ed è una cosa che sa fare molto bene.
“Mario, Mario”, la voce di una donna interrompe la trattativa per una fotocamera Canon che un tassinaro abusivo gli stava offrendo.
“Che c’è Cristì”.
“Mario, er Cardinale...”
“Embè?”
“E’ annato da Claudia”.
Cazzo, Claudia, no!
Mario sbianca in viso.
“Cristina sei sicura?”
“A Ma’, Claudia c’ha er banco vicino ar mio!”
“Magari è pe’ quarcosa de poco”, interviene Marcello cercando di rassicurare l’amico.
“No, ci ‘o sai, quando er Cardinale viè de persona so’ cazzi per quarcuno... Devo annà da Claudia”.
“Mario, sta bono... nun te impiccià... ‘o sai che quello nun vòle interferenze da nessuno nei suoi affari”.
“A Marce’... si tratta di Claudia... e che cazzo!”

 

Nel 1976 Mario Cenci e Ferdinando Natali erano all’apice del loro successo di abili scassinatori della banda dei Fognaroli. Le indagini della polizia non portarono a nulla forse perché la banda non coinvolse mai terze persone nella sua attività.
La malavita romana non era organizzata e Roma era una città dove chiunque avrebbe potuto fare un colpo senza dover rendere conto a qualcuno.
Mario e Nando si conoscevano da ragazzi e avevano sempre lavorato insieme, da soli, dividendo in parti uguali il ricavato dei loro colpi.
Poi vennero quelli della Magliana, e le cose non furono più come prima. Dovettero limitare i colpi, perché quelli lì non tolleravano che qualcuno lavorasse senza coinvolgerli o senza pagare una qualche forma di tributo.
A Mario non piacevano quelli della Magliana. Troppo arroganti, troppo violenti, troppa droga, troppo invischiati con i siciliani ma soprattutto con la politica. In certi affari, secondo Mario, la politica rende ancor più sporco un lavoro che, di per sé, pulito ha ben poco!
Ma Nando non la pensava uguale. Quelli della Magliana avrebbero avuto dalla loro parte uno dei famosi Fognaroli e per lui sarebbe stata l’occasione per diventare magari un boss di quartiere, come quelli che stanno a Napoli o a Palermo.
Loro, però, gli chiesero subito conto dei colpi realizzati. Dissero che non potevano scontare nulla a chi aveva lavorato in proprio sul loro territorio, su Roma. Gli chiesero anche i nomi degli altri Fognaroli. E lo chiesero a modo loro.
La telefonata svegliò Mario in piena notte.
Ferdinando Natali venne trovato incaprettato nella sua auto la notte di Natale del 1979 nella pineta di Castelfusano. L’autopsia accertò che, prima di morire soffocato, l’uomo era stato torturato.
Al funerale poche persone accompagnarono Nando al cimitero. Tra queste, Mario, la moglie di Nando e la figlia, una bambina di due anni, Claudia.

 

Mario si avvicina al banco di Claudia. Non gli piace quello che vede, soprattutto non gli piace che il grassone sia così appiccicato alla donna.
Un uomo si avvicina. Gli sbarra la strada e con una mano lo sospinge indietro. Mario guarda prima la mano che gli preme lo stomaco e poi alza lo sguardo verso il viso dell’uomo. Non ha bisogno di parlare: lo sguardo dice tutto.
L’uomo accenna ad una smorfia, ma si fa da parte.
“Sor Cardinà, che sta a succede?”
Il Cardinale si gira. Sembra indeciso sul da farsi. Qualcuno sta interferendo nel suo lavoro e questo non lo ha mai tollerato. Ma si tratta di Mario, un uomo tranquillo.
“Ué Marettié, nun facimmo cazzate, nè? Ccà mo' so' fatte re mie!”
Claudia approfitta per allontanarsi dal napoletano ma soprattutto dalle sue mani.
“Sor Cardinà, Claudia è mi’ nipote...”
“'O ssaccio... 'o ssappimmo tutte quante ca tu a vuò bene a Claudia... ma ce sta nu mpiccio...”
“Ve pagherò, Cardinà, dateme ancora un po’ di tempo... ve prego!”, dice Claudia.
“Bellezza mia... c’‘o Cardinale nun se pazzea, tu l'avissa sapè”.
“Permettete un momento Cardinà?”, dice Mario distraendo ancora una volta il napoletano.
“Mannaggia... ma t''e vvuò fà 'e cazze tuoje?”
“Vi prego, ve vorrei parlà in privato”.
Esposito si allontana dal banco e si avvicina a Mario.
“Che cazzo vuo'... nun me fà perdere 'o tiempo!”
“Vanno bene tremila euro?”
Esposito sorride.
“Marettiè, tu l'avissa sapè... io tengo 'na legge, tengo 'na nummenata ..(1).”
“Lo so, lo so, cazzo, e qui tutti vi rispettano.... Se Claudia vi ha fatto qualche torto, scusatela... forse nun se la sta passà bene... Pe’ lei ce penso io... Ve vanno bene tremila euro allora?”
Il Cardinale sospira.
“Mario, Mario, tu sì ‘nu bbuono guaglione...”
“Lasciate sta Cardinà.... famo cinquemila e nun se ne parla più! Me sembra che ve sto a dà un ber pizzo, eh?”
“E tu ‘sti sorde addò 'e ppigle?”
“So’ cazzi mia, co’ tutt’er rispetto Cardinà!”
Esposito annuisce.
“Facimme accussì: tu te fai dicere d''a nipote toja 'o mpiccio c'ha cumbinato e ppo' me puorte chello che m'adda ra'. Ma non te fà suonne (2): nun so' spicce”.
Il napoletano e i suoi angeli custodi si allontanano tra i salamelecchi degli altri bancaroli.
Claudia guarda basso. Non vuole incrociare lo sguardo di Mario che la sta osservando serio.
“Vado a chiude er banco. Tanto s’è fatto tardi”.
“Mario... aspetta...”, Claudia abbraccia l’uomo scoppiando in un pianto penoso.
“Ce stanno a guarda’ tutti... chiudi e vie’ a pranzo da me. Così me racconti tutto”.

 

Non ci mise molto Mario a capire che Nando non aveva parlato ma anche che non era il caso di esibire la ricchezza portata dai soldi rapinati. Sapeva che quelli della Magliana e la polizia erano alla caccia del miliardo di lire che, si diceva, era l’ammontare dei colpi dei Fognaroli.
Fino ad allora, avevano usato parte dei soldi per acquistare l’uno una casa e l’altro un vigneto. Il resto, era stato nascosto in attesa di capire come poterlo investire al meglio.
La morte tragica di Nando stravolse ogni progetto e costrinse Mario ad uno stile di vita essenziale per non mettere a repentaglio la famiglia di Nando e quella dei suoi cari.
Ma Nando gli era stato amico. Si erano voluti bene come fratelli. Forse anche di più.
Morire così... neanche le bestie...
L’arroganza di quelli della Magliana era tale da farli vantare apertamente dei colpi e delle bravate fatte. E Mario questo lo sapeva e rimase in attesa con le orecchie tese, come un animale in caccia. Aspettò paziente per diversi mesi che gli arrivasse all’orecchio almeno un nome. E alla fine l’attesa fu premiata.

 

Più che in un appartamento, Mario abita in una specie di magazzino, dove sono ammucchiate in modo sparso scatole di cartone piene delle cose più disparate. Claudia guarda distratta il contenuto delle scatole e prende in mano la Canon che Mario aveva acquistato durante il mercato.
“Che volemo fa’? Se guardamo in faccia mentre magnamo o parlamo un po’?”, dice Mario subito dopo aver servito un piatto di pasta alla donna.
Lei accenna a mangiare ma senza entusiasmo. Forse non ha neanche appetito.
“Me so’ inguaiata Mario. So’ stata ‘na cogliona!”
Mario la osserva con compassione. Claudia non è stata fortunata dalla vita: prima la tossicodipendenza e poi un matrimonio sbagliato sono stati i drammi maggiori che ha dovuto vivere, dopo la morte del padre, del quale però non ha nessun ricordo. Mario però sì: non può dimenticarsi la felicità di Nando non appena Claudia nacque o l’entusiasmo e l’orgoglio di padre quando passeggiava per il quartiere con lei nella carrozzina.
Ma Claudia è anche una bella donna. Rossa di capelli, altezza media, con un corpo che non si può non ammirare o, meglio ancora, non toccare.
“A tutto c’è un rimedio, Claudia, dimme solo che cazzo hai combinato”.
“M’ero stufata de vive così. De nun ave’ un po’ de sòrdi per fa la bella vita. Ho iniziato cor piccolo spaccio, hashish, pasticche, poi m’è capitato ‘n’affare d’oro. Si trattava de prende un bel po’ de coca pura da un colombiano, tagliarla e rivenderla. Er colombiano era un amico del mio ex marito. Voleva però un botto de sòrdi, centomila euro. Ma cor er taglio e co li prezzi de Roma o de Milano, ci avrei potuto fa’ almeno tre vorte de più”.
Mario finisce di bere il bicchiere di vino rosso.
“Famme indovina’: te sei rivorta ar Cardinale pe’ fatte presta’ i centomila...”
“Sì. Ma il problema è stato er colombiano. Quel figlio di mignotta m’aveva chiesto i sòrdi in anticipo perché diceva che gli servivano tutti e subito per fasse arriva’ ‘a roba er prima possibile”
Mario si infuria.
“Nun me dì che gli hai dato tutti i sòrdi e quello è sparito!”
Claudia annuisce piangendo in silenzio.
Mario abbandona la testa sulla spalliera della sedia.
Da far rigirare Nando nella sua tomba...
“Ma perché nun sei venuta da me come l’artre vorte?”
“Mario, se trattava de centomila e poi perché quando c’è la droga de mezzo, tu nun vòi impicci.... Mario... nun so che fa... er Cardinale vòle i suoi sòrdi, ma ora li vòle coll’interessi...”
Tipico di quello strozzino.
“E quanto glie dovresti da’?”
“Centoventimila”.
Tombola, altro che cinquemila...
Tra i due c’è solo silenzio. Mario cammina su e giù per i pochi metri dell’appartamento e Claudia ha lo sguardo perso da qualche parte.
“Ascolta, a ‘sta faccenda mo ce penso io. Tu nun te devi preoccupa’ de niente. Ma me devi giurà ‘na cosa”
Claudia si asciuga gli occhi e lo guarda fisso negli occhi.
“Me devi giurà che nun te metterai più in mezzo a cose del genere!”.
Claudia annuisce in silenzio.
“Ma come farai coi sòrdi pe’ er Cardinale?”
“Ce penso io, nun te devi preoccupà”, dice Mario dandole un bacio sulla fronte.
“Aspetta, te vojo fa’ ‘na foto”
“Ma lassa perde...”
“No, vojo fotografa’ l’omo più bono der monno. Sei ‘na rarità e le rarità vanno fotografate”
La macchina scatta un paio di pose mentre Mario sbuffa e guarda in cielo.
“E mo se famo ‘na foto insieme... aspetta... famme vede’ come se mette l’autoscatto... te mèttete lì sur divanetto che mo te raggiungo”.
Mario si siede e guarda la donna che maneggia la Canon. La vede più rilassata.
“Ecco... presto, famme posto...”
Claudia si siede accanto a lui. Mario aspetta lo scatto della macchinetta e non si accorge che il viso di lei si è avvicinato. Quando se ne accorge è troppo tardi. Il bacio arriva improvviso, come anche lo scatto della Canon. Il bacio è lungo, appassionato. Lui non fa resistenza e si lascia andare. Lascia libera la sua eccitazione per troppo tempo tenuta a freno. In quel momento non è Claudia, la figlia del suo migliore amico, la bambina che ha visto crescere e che da piccola lo chiamava zio. In quel momento è solo una donna. Una donna bella e sensuale, dal corpo fantastico.

 

Manca ancora mezz’ora all’appuntamento: Mario ha sempre preferito arrivare prima a certi appuntamenti.
E’ seduto in silenzio dietro ad un cespuglio agli argini del Tevere. Alle 11 di sera la città si muove ancora sopra la sua testa, ma sono altri i suoni a cui lui è concentrato.
Vede in distanza la mole del napoletano avvicinarsi accompagnato da tre scagnozzi. La luce del lampione al neon rende meno forte il colore rosso degli abiti del Cardinale ma rende anche più ridicola l’espressione di impazienza sul suo largo viso.
“Buona sera sor Cardinà”.
Esposito e i suoi angeli custodi alzano lo sguardo verso Mario apparso dall’oscurità davanti a loro.
“Uè Marettiè, ma pecchè m'e fatto venì cà?... Nun me fà perdere 'o tiempo, 'e ppurtaste 'e denare?”.
Mario alza la borsa che tiene con la mano sinistra.
“Pa' Maronna, si' proprio nu guaglione bravo... fussero tutte comme a te!”
“Cardinà, se semo già messi d’accordo ar telefono. Dovrete lassà sta’ Claudia... Co’ ‘sti sòrdi Claudia nun ve deve più niente, nè ora nè mai”.
Esposito sorride mentre infila una sigaretta nel bocchino dorato.
“Marettiè... te voglio dicere nu fatto... Doje guagliune rumane c'arrubbavano dinte 'e banche, facevano 'o pertuso, trasevano e se pigliavano tutte cose. Faticano sulo lloro, nun vonno a nisciuno... po' a uno ce venette 'o vulio e se fà grand'ommo... e facette a penzata 'e se mettere assieme 'e patrune d'a città. O guaglione facette na fine brutta assaje... O cumpare fuje cchiù diritto... annascunnette 'e denare e s'annascunente ... dicimme c'addiventa.... n'ommo sistimato (3)... O' ppassato però nun se cancella, e manco nu miliardo 'e lire... Capisce a mme, Marettiè?”
Mario non risponde. La borsa è ai suoi piedi e tiene le mani nelle tasche del giubbotto.
“Nun tiene niente a dicere, Marittiè?... Faccimme accussì... chisti centoventi mila so' pe' Claudia... e pe me fa' scurdà 'e te e d'o fatto che t'aggio cuntato me n'hai da dà duecentoottanta mila”.
Mario si muove lentamente cercando di tenere d’occhio i tre scagnozzi del grassone.
“Siente a mmè Marettiè, tu faje na vita 'e mmerda, nun te ne faje niente 'e 'sti renare. 'O ssaie o no?”
No, Mario non lo crede.
“Uè guaglio'... nun tiene niente 'a dicere?”
No, non sarò io a parlare, bastardo.
Le due pistole automatiche, comparse come per magia dalle tasche del giubbotto, parlano per lui.
Mario spara quattro colpi in sequenza centrando i tre scagnozzi del Cardinale.
Esposito rimane bloccato. Il bocchino gli cade dalla bocca.
E’ troppo spaventato per muoversi o per parlare.
Mario si avvicina, raccoglie il bocchino e glielo infila in bocca.
“Adesso ve racconto io ‘na storia... E’ la storia di du’ ragazzi che so’ cresciuti poveri in una borgata de periferia. Se volevano bene. Erano inseparabili. Poi quarcuno li separò. Sì, è vero, uno fece ‘na brutta fine... l’artro però non lo dimenticò... seppellì l’amico, gle sistemò ‘a famiglia e poi andò in cerca di quelli che lo avevano ammazzato come una bestia... quarche mese dopo tre uomini vennero trovati a testa in giù in una fogna soffocati dalla merda e dai loro genitali...”
Il cardinale comincia a piagnucolare e a farfugliare qualcosa in napoletano. Ma Mario capisce solo che l’altro sta dicendo qualcosa su Claudia.
“Sor Cardinà, ve l’ho già detto... lassàte sta’ Claudia!”
Mario alza la pistola verso la testa del napoletano.
Il rumore dello sparo è secco.
La pistola gli cade di mano prima che cedano le gambe.
Mario cade inerme per terra e lentamente una chiazza di sangue si allarga sotto di lui.
“Perché?... Perché?... Cazzo... Mario nun dovevi fa tutto ‘sto casino!”.
Mario sente che se ne sta andando. Tossisce sangue. Ma più che il proiettile nel polmone, lo sta uccidendo la voce che gli sta urlando qualcosa.
Claudia ha ancora la pistola in pugno. E’ inginocchiata a fianco a Mario.
“Perché hai fatto l’eroe... non l’hai mai fatto... sei sempre stato un uomo tranquillo... tutti quei soldi... dovevi darli al Cardinale e tutto sarebbe stato a posto...”
“Mo' basta, piccerè, jamme - dice Esposito guardandosi attorno - ... addò sta 'a borza... facimmo ampressa, chisti centoventi mila 'e ttenimmo...”
“Ma che cazzo ci facciamo... se non diamo ai colombiani i quattrocento mila euro ci ammazzeranno...”
Esposito e Claudia si inginocchiano a terra ed aprono trepidanti la borsa. Il vuoto all’interno però li fulmina peggio di uno sparo in pieno volto.

 

Porta Portese. Dicono che sia il mercato più caratteristico di Roma. Ma per Marcello non sarà più lo stesso senza Mario.
Oltre ai mobili usati ora ha anche la sua roba da vendere. Glielo ha chiesto Claudia. Dice che ha bisogno di soldi.
Marcello si pente di aver aperto. E’ ancora troppo scosso.
Non ha voglia di trattare con le persone che si avvicinano a guardare gli oggetti che erano di Mario.
“Senta... scusi... ma che è usata la Canon?”
“Sì... credo di sì...”
“E sa per caso chi fosse il proprietario?”
“Sì... un uomo tranquillo”.

 



(1) reputazione
(2) non ti illudere
(3) un uomo tranquillo


Un ringraziamento speciale a Patrizia Castaldi per i dialoghi in napoletano

 
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